Coronavirus a Reggio Emilia, parla l’Ausl: «Eseguiamo settecento tamponi al giorno, ecco perché abbiamo più casi degli altri»

Cristina Marchesi, direttore sanitario dell’Ausl: «Per evitare focolai è fondamentale che i positivi rispettino l’isolamento»

REGGIO EMILIA. Contagiati: 4005. Di cui 440 guariti e 404 morti. Sono i dati relativi a Reggio Emilia contenuti nell’ultimo report, aggiornato al 18 aprile, prodotto dal Servizio Regionale Prevenzione Collettiva e Sanità Pubblica. Confrontando il quadro reggiano con quello delle altre province, colpisce non tanto la percentuale di decessi (il 10%, leggermente inferiore rispetto al 13% regionale) quanto quella dei guariti. Mentre nella nostra provincia il tasso di guarigione è dell’11%, Piacenza si attesta sul 23%, Parma sul 21%.

Più a sud, Modena registra il 28% di guariti, Bologna addirittura il 37%. «Sappiamo che l’emergenza è arrivata da ovest – commenta la dottoressa Cristina Marchesi, direttore sanitario dell’Ausl di Reggio Emilia – investendo prima la Lombardia, poi Piacenza (che è separata da Codogno da un ponte) e Parma, quindi Reggio. Osservare quello che stava accadendo a Piacenza e Parma ci ha permesso di capire cosa sarebbe accaduto anche qui, muovendoci con un anticipo di 3-4 giorni.

È possibile che Piacenza e Parma, essendo partite prima di noi, ora siano in una fase diversa. Stupisce il dato di Bologna, ma occorre precisare che decretare la guarigione da Covid è molto difficile. C’è una guarigione clinica, quando il paziente non ha più sintomi e sta meglio, ma quella che fa fede è la guarigione laboratoriale, diciamo, che è data da un doppio tampone, eseguito a qualche settimana di distanza, negativo. Posso dire che comunque, rispetto a una settimana fa, abbiamo molti più guariti e questo ci fa ben sperare».


Tuttavia siamo la provincia con più contagiati. Ne contiamo 59,3 ogni 10mila abitanti. È il dato più alto in regione, seguito a ruota da Piacenza (58,7).

«Questo dipende dal fatto che noi facciamo più tamponi. A questo dato, infatti, bisogna aggiungere che il 70% dei nostri casi non necessita di ospedalizzazione ma è in isolamento nella propria casa».

Quanti tamponi vengono eseguiti ogni giorno?

«Da quando abbiamo iniziato ad analizzare i tamponi nel nostro laboratorio, cosa che inizialmente non ci era stata permessa, abbiamo sempre aumentato il numero, adesso siamo sui 700 tamponi al giorno, esclusi quelli che vengono effettuati in ospedale per i ricoverati. Per noi è fondamentale farne il più possibile: una diagnosi precoce permette infatti di prevenire il contagio interrompendo la catena di trasmissione. Questa strategia, va detto, è però supportata da una reale capacità di fare analisi: il nostro laboratorio era già dotato di strumenti e apparecchiature necessari, è stato sufficiente avere i reagenti giusti e siamo diventati autonomi».

Dove e da chi vengono eseguiti i tamponi?

«Abbiamo sette squadre di tamponatori (formate sempre da due persone, un medico odontoiatra e un tecnico) nei punti drive-in, e circa otto che raggiungono i domicili o le case di riposo. Parliamo di una trentina di operatori in tutto. Nei drive-in viene eseguito un tampone ogni cinque minuti; un tampone a domicilio, invece, richiede anche un’ora. Questo perché entrando in una casa potenzialmente infetta il personale deve seguire una rigorosa procedura che prevede la vestizione prima e poi la svestizione. Inoltre dal 1° aprile è possibile eseguire i tamponi anche nei 16 ambulatori Covid che abbiamo aperto a Reggio e provincia. In caso di sintomi bisogna sempre contattare il medico di famiglia, è lui a richiedere i tamponi in caso di necessità».

Più passa il tempo e più le conoscenze relative al Covid-19 vengono ampliate e aggiornate. Per esempio è emerso che il 50% dei soggetti risulta guarito clinicamente dopo 21 giorni dall’esordio dei sintomi e presenta il doppio tampone negativo solo dopo 29 giorni. Bastano ancora, quindi, i 14 giorni di quarantena imposti ai conviventi dei contagiati? È vero che a loro non vengono fatti i tamponi?

«I conviventi di persone positive al virus sono sorvegliati dal dipartimento di Sanità pubblica. Ogni due, tre giorni ricevono una telefonata per sapere se sta andando tutto bene e sanno di dover segnalare tempestivamente l’insorgenza di qualsiasi sintomo. Dopo 14 giorni di quarantena se non manifestano sintomi possono uscire. Ma dopo l’8 marzo, in realtà, siamo tutti in quarantena».

I test sierologici potrebbero aiutare a capire chi ha già avuto il virus, magari senza sintomi, e chi no?

«Attualmente i test sierologici non sono stati validati dall’Istituto Superiore di Sanità e comunque non rilasciano un patentino di immunità. Per quel che riguarda questo virus è ancora tutto da studiare. Non sappiamo ancora se e per quanto tempo una persona che abbia avuto il Covid sia immunizzata. La Regione Emilia Romagna ha deciso di iniziare a fare i test sierologici al personale medico e sanitario per un discorso epidemiologico, per cercare di capire quanto è circolato il virus. Ma per la popolazione è ancora presto».

Come avvenuto a livello nazionale, anche a Reggio si assiste a una diminuzione di ricoveri ospedalieri. Come si spiega questo fenomeno?

«Sicuramente il fatto di fare diagnosi tempestive e somministrare terapie adeguate permette di non peggiorare. A febbraio-marzo si aspettava forse troppo e si arrivava in Pronto Soccorso in condizioni già molto gravi. Dalla metà di marzo noi abbiamo attivato gli ambulatori Covid, dove ci sono medici di medicina generale che visitano una decina di pazienti al giorno, per garantire il distanziamento e la disinfezione necessaria ma anche visite accurate, e abbiamo attivato le squadre Usca (Unità speciali di continuità assistenziale) che vanno a visitare i pazienti a domicilio. Questi medici non solo prescrivono ma forniscono anche la terapia a base di Idrossiclorochina, il farmaco per la Malaria che sta dando buoni risultati sul campo. Ovviamente rimangono i casi in cui il virus si manifesta in modo brusco, come con una sincope».

Qual è la situazione in ospedale? La Terapia Intensiva finalmente respira?

«Dei 60 posti a disposizione ne abbiamo liberati sei, per dare spazio agli altri malati. E i rimanenti non sono tutti occupati. Il dato è variabile perché c’è chi esce e chi entra, ma è occupata poco più della metà dei posti. Mi piace ricordare che anche nella fase emergenziale non abbiamo mai dovuto mandare pazienti fuori dalla nostra provincia».

Cosa ci aspetta nella Fase 2?

«Aspettiamo che Governo e Regione ci dicano come comportarci, ma sicuramente dovremo convivere con il virus molto a lungo. Abbiamo visto che per prevenire e ridurre i contagi è fondamentale rispettare l’isolamento anche in casa, in caso di non ospedalizzazione. Dovremo continuare a ragionare in questi termini. A Reggio disponiamo dei 30 posti letto della Rems, che inizialmente era stata pensata per accogliere persone da tutta la regione ma poi è stata utilizzata per i pazienti reggiani che necessitavano di qualche tipo di assistenza medica, e anche di una settantina di posti letto dei cosiddetti Hotel Covid. Questo impianto non andrà smantellato domani, anzi. Ipotizzando una maggiore circolazione delle persone dovremo continuare ad avere strutture dedicate al trattamento di pazienti Covid ma anche strutture per l’isolamento. È importante che chi è positivo al virus e in isolamento a domicilio rispetti questa condizione: servono un bagno e una stanza dedicati, i pasti, per dire, devono esser lasciati davanti alla porta. È fondamentale per smorzare eventuali focolai».