«Il coronavirus libera dal 25 Aprile» Sallusti deve portare un cero a Gattatico

Il direttore del Giornale ha scritto che non si trova più un partigiano neanche pagarlo a peso d’oro. Ma non sa un’acca della storia reggiana 

REGGIO EMILIA. Egli ghigna. Immagino che da domenica il direttore del Giornale stia ghignando, soddisfatto della bravata. Alessandro Sallusti cinque giorni fa ha scritto che il coronavirus libera dalla retorica del 25 Aprile, perché tanto non c’è più un partigiano a pagarlo a peso d’oro.

Sallusti ha principiato la sua gomitata verbale criticando la presunta iniziativa del sindaco di Parma. Federico Pizzarotti avrebbe avuto in mente di pretendere un’autocertificazione antifascista a coloro che richiederanno il buono spesa in questi giorni di lutto, angoscia e tasche vuote. Titolo dell’editoriale sallustiano: “Altro che Belli Ciao. La resistenza la fanno medici e infermieri”.


PIZZAROTTI E LA BUFALA

Va chiarita la questione del primo cittadino di Parma, che ha definito una bufala l’autocertificazione antifascista, e sui social l’ha smontata in questa maniera: “Parmigiani, chi ha bisogno chieda di accedere ai bonus spesa: a Parma nessuno viene lasciato indietro. Chiudo: ai seguaci del Primato Nazionale e della signora Meloni che da ieri mi scrivono "devi morire" "infame" "merda" "schifoso" "w il duce" "w i camerati" "verme" "bastardo" e altre bestialità: se foste di Parma e aveste bisogno di accedere al servizio, accedereste nonostante tutto il vostro odio represso contro l'altro. Parma è fatta così”.
 

NON SPRECA UNA CALORIA

Torno a Sallusti. Tira in ballo il contagio che – secondo lui – ha felicemente spazzato via il 25 Aprile (quest’anno niente cerimonie pubbliche). Per lui è una consolazione constatare che non c’è più neanche un partigiano. Fine, finissimo collega, così plutonico e funeralizio da incrociare l’età anagrafica dei partecipanti alla Liberazione con la strage dei vecchi infettati dal coronavirus.

Non c’è giorno che il lavoro giornalistico non pretenda uno sforzo considerevole per raccogliere la verità, rispettarla, verificarla e consegnarla ai lettori.

Sallusti al riguardo non spreca una caloria. Ma gli si può dare ausilio con quello che di solito e per etica fanno i cronisti: studiare, capire, svolgere un pensiero oggettivo e documentato.
 

QUATTROMILA ISCRITTI, VIVI

Sappia che la terra di Reggio Emilia è fatta di partigiani. L’Anpi provinciale conta 4.042 iscritti, tutti vivi, 125 dei quali effettivamente presero parte alla Resistenza. Sì, quella cosa strana e indigeribile che ancora resiste perché il fascismo in questo Paese non ha subìto un’elaborazione. L’Italia non l’ha purgato, processato, e infine smaltito. Anche per responsabilità del ministro Guardasigilli comunista Palmiro Togliatti, propugnatore della grande amnistia del 1946. La decisione non fu digerita dalle associazioni partigiane e nemmeno dal Pci.

TOGLIATTI, IL COMUNISTA

Inoltre, quando Sallusti parla genericamente di partigiani, deve portare rispetto per la loro varietà di formazioni e complessità di formazione. I partigiani erano comunisti, socialisti, cattolici, repubblicani, azionisti, liberali, monarchici e anarchici.

Sallusti deve sapere che nella terra di Reggio Emilia il partigiano più anziano ha compiuto cent’anni nel novembre passato, è il comandante Diavolo, Germano Nicolini di Correggio. Il più giovane, perché nel 1943 aveva solo quindici anni, è Giacomo Notari. Sono vivi, insieme agli altri 123, dei quali poco 39 sono donne.

Preciso: partigiani combattenti, quelli che la Resistenza l’hanno fatta.

Sallusti deve sapere che nel Reggiano fra il 1943 e il 1945 combatterono 9.554 partigiani (7 le medaglie d’oro e 71 quelle d’argento) e 626 persero la vita.

Tra questi, fra i primi, i sette fratelli Cervi di Gattatico, ammazzati dai fascisti: Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, ed Ettore. La loro storia famigliare era radicata nel socialismo umanitario di Camillo Prampolini e aveva traversato gli esordi del Partito Popolare. Il loro fu un dissenso civile, politico, culturale che dà degli esiti stranissimi, come ad esempio – Sallusti, legga attentamente – la democrazia, la libertà di scrivere, esprimere opinioni anche da cazzeggio o cicaleccio. Porti un cero a Gattatico, Sallusti.

EINAUDI, IL LIBERALE

Il direttore del Giornale prima di scrivere quel che ha scritto avrebbe dovuto comprendere il senso e il motivo del conferimento della medaglia d’oro al valor militare a Reggio Emilia, ad esempio.

La determinazione risale al 1° aprile 1950. Il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, ch’era un liberale, firmò decreto e motivazione: “Durante l’occupazione nemica opponeva al tedesco invasore la fiera resistenza dei suoi figli, accorsi in gran numero nelle formazioni partigiane impegnate in dura e sanguinosa lotta. Cinquecento caduti in combattimento, interi comuni distrutti, popolazioni seviziate e sottoposte al più spietato terrore, deportazioni in massa, stragi inumane e crudeli persecuzioni, costituiscono il bilancio tragico, ma luminoso, dì un’attività perseverante e coraggiosa iniziata nel settembre 1943 e conclusa con la disfatta delle forze d’occupazione.

Memore di nobili secolari tradizioni, riaffermate nell’epopea del Risorgimento, la Città di Reggio Emilia ha saputo degnamente concludere un rinnovato ciclo di lotte per la libertà e per l’indipendenza ed offrire alla Patria generoso tributo di sacrificio e di sangue”.

OSPITE PER PARTITO PRESO

Sallusti, se è in redazione oppure in telelavoro, dovrebbe trovare comunque un cantone del suo tempo per applicarsi nel ripasso della storia. Ma anche in quello della concatenazione dei fatti, del racconto delle notizie che possono sfuggire per un sovradosaggio di ospitate televisive o per il disordine di ruolo: o giornalista, o surrogato capopartito, o ospite per partito preso.

Lasci stare il coronavirus e il sacrificio di medici e infermieri. Lasci perdere l’azzardo di utilizzare una tragedia nazionale in corso per spingere nell’angolo un’altra tragedia nazionale, la memoria della Resistenza.

Una tragedia che, in verità, è rappresentata da vent’anni di fascismo e dalle sue mutazioni contemporanee.

Mi dolgo di non aver mai definito “collega” Sallusti. C’è qualcosa che mi scollega da lui, proprio nella penultima parola dell’etimologia: “Collega. Da colligere, raccogliere insieme. Compagno nell’esercizio di qualche nobile professione”. —