Comer riapre, è scontro nella fabbrica modello

Richiamo al lavoro per centinaia di dipendenti ora a casa in cassa integrazione Affondo di Fiom e Uilm: «Esempio negativo. C’è davvero questa necessità?»

REGGIOLO. Comer Industries richiama i lavoratori in fabbrica. L’azienda guidata da Matteo Storchi sforna i sistemi meccatronici per la trasmissione di potenza, venduti per il 90% all’estero. Ma dopo aver ridotto ai minimi i giri, come buona parte delle imprese reggiane, Storchi ha deciso sostanzialmente di riaprire da lunedì «per ragioni di mercato», dicono i sindacati, che per ragioni di salute degli stessi lavoratori hanno indetto lo stato di agitazione. Scintille che fanno capire la nuova stagione sindacale e sociale in atto, resa infuocata dalle conseguenze sul lavoro generate dal Coronavirus.

La materia del contendere è la chiusura disposta per decreto per le attività non essenziali fino al 13 aprile. Un dettato che però ha visto aprirsi un mondo tra deroghe, autocertificazioni e spinte produttive, e che sta mettendo in difficoltà il sistema delle relazioni anche locali. Prova ne è quindi il caso Comer, azienda modello con 850 lavoratori nelle fabbriche abbellite dalle piante ad alto fusto, e che tra Reggiolo, Cavriago e Pegognaga conta 850 dipendenti (1.500 totali nel mondo). A Reggiolo sono chiamati ora al rientro facendo scattare la protesta dei sindacati dei metalmeccanici reggiani. Fiom e Uilm additano infatti Comer «come un esempio negativo nel territorio provinciale».



Una bordata partita perché «in pochi giorni l’azienda non ha pagato gli stipendi con la motivazione che la fabbrica era chiusa, unico caso a Reggio Emilia, e ha rifiutato il confronto col sindacato sulla cassa integrazione, unico caso in provincia, decidendo di non fare maturare i ratei di ferie e tredicesima, mentre sono oltre 280 aziende metalmeccaniche che in Provincia hanno fatto accordi di questo tipo». Poi l’ordine di rientro al lavoro «senza un confronto né coi delegati né col sindacato».

La salute di Comer è testimoniata dai conti, con ricavi saliti oltre i 400 milioni di euro e un utile di 18,5 milioni (+17,7% rispetto al 2018). E i rappresentanti di fabbrica rivendicano ora il riconoscimento dei ratei. «La responsabilità nei confronti del mercato è la molla che ha fatto riaprire la fabbrica» commentano Simone Vecchi e Jacopo Scialla, segretari di Fiom e Uilm di Reggio «ed evidentemente è venuta prima della responsabilità nei confronti dei lavoratori e della salute».

L’azienda, che comunque su richiesta del sindacato ha dato piena attuazione al protocollo del 14 marzo, ritiene di poter lavorare in quanto ha clienti esteri che lavorano con i codici Ateco giusti. I sindacati si chiedono «se sono davvero prodotti fondamentali per la filiera farmaceutica, sanitaria, alimentare i riduttori di potenza che vengono mandati a fabbriche di camion e trattori al di là del confine? I lavoratori vogliono essere considerati persone prima di fattori produttivi».

Per questo da lunedì sarà stato di agitazione e non si escludono scioperi. «La gravità è che oggi l’azienda pretende che anche i propri fornitori reggiani lunedì riaprano, quindi altre decine di lavoratori che non si occupano della salute pubblica rischiano di essere obbligati a lavorare». —
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