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Storchi: «In Comer al lavoro ma solo in 300. Dai noi sicurezza come in Cina»

Parla l’ad dell'azienda che torna al lavoro: «Mai chiuso del tutto Ordini solo per i settori energia e agricolo»

REGGIOLO  «Siamo responsabili, gli stipendi li paghiamo ma facciamo anche riduttori per turbine elettriche. Possiamo e dobbiamo lavorare. E lo facciamo con livelli cinesi di sicurezza». Matteo Storchi, 44 anni, è alla guida di Comer Industries di Reggiolo, fabbrica-laboratorio di cui ha preso le redini al posto dello zio Fabio, presidente di quella Unindustria dalla quale Matteo ha fatto uscire l’azienda traghettandola però in Borsa. Ora è alle prese con una mobilitazione sindacale sorta con la volontà di lavorare al tempo del Covid.

Storchi, lunedì tornerete al lavoro ma così accendete lo scontro sindacale. Qual è la necessità? «In realtà non abbiamo mai cessato del tutto l’attività produttiva. È vero che anche noi abbiamo ridotto notevolmente la nostra operatività. Poi siamo rimasti una cinquantina, come comunicato alla Prefettura».



Molte aziende tengono chiuso. Perché voi potete rimanere aperti? «Rimane aperta la produzione dei riduttori delle turbine eoliche che ci consente di lavorare perché l’energia elettrica non può mancare. Non siamo quindi tra quei furbetti di cui avevano parlato nei giorni scorsi i sindacati. Produciamo anche i ricambi dei riduttori agricoli».

Ma quanta gente tornerà al lavoro? «Guardi, in Italia abbiamo 1.100 dipendenti. Ne abbiamo richiamati circa 300 cercando di rallentare il più possibile ma c’è necessità di proseguire. Non si tratta come può vedere di un rientro totale. Gli altri colleghi rimarranno a casa in cassa integrazione, che abbiamo attivato per Covid due settimane fa ormai».

Anche voi avete una fabbrica in Cina. Sono tornati al lavoro? «Sì, lì produciamo con 250 dipendenti e sono tornati al lavoro il 17 febbraio. E proprio da quella esperienza abbiamo importato le pratiche contro il Covid a Reggiolo e altrove. In Comer abbiamo sviluppato un protocollo di 25 pagine mutuato dall’esperienza cinese. La sicurezza l’abbiamo messa in campo ben prima dei decreti. L’unico dispositivo che non abbiamo importato è lo zerbino con l’ammoniaca per le scarpe».



Quali sono queste misure? «I dipendenti devono recarsi al lavoro con la propria macchina e da soli. Abbiamo messo le pause ogni dieci minuti. Alle macchine caffè ci si va uno alla volta. Il controllo della temperatura lo abbiamo già in ogni sede aziendale in via volontaria».

Come siete messi a mascherine? «Il vantaggio di essere in Cina ci ha fatto capire molto tempo prima cosa stava per accadere. Abbiamo centinaia di migliaia di mascherine giunte dalla Cina e ne abbiamo regalate 30mila solo al Comune di Reggiolo, che le ha distribuite anche ai cittadini. Ne abbiamo regalate agli ospedali, alla Croce Rossa, anche nelle altre province dove siamo presenti. Ne abbiamo abbastanza per altri 4-5 mesi. Questo è il nostro concetto di sicurezza».

La frenata mondiale avrà effetto sull’export da cui dipende tanto l’economia reggiana? «Sicuramente: questa crisi avrà effetto su export e occupazione. Ma non lo dico solo io. Poi dipenderà da noi minimizzarne gli effetti. Noi lasciamo chiuso Cavriago e Pegognaga, perché ora non sono necessari. Reggiolo e Matera sono aperti».

Ce la faremo a superare la crisi? «Ce l’hanno fatta in Cina. Perché non qua? Certo è che avremo un trimestre impegnativo. Ma dobbiamo dare risposte alle nostre aziende e alle nostre comunità». —

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