«Dobbiamo toglierci il cappello verso chi fa di tutto per restare»

La fotografia è di Renzo Vaiani

L’architetto Maria Cristina Costa, originaria di Collagna, racconta la montagna. «È stata bacino di manodopera, usata per il depauperamento di materie»

L’INTERVENTO di M. CRISTINA Costa*

Seguo con molto interesse la campagna sulla montagna reggiana, aperta dalla Gazzetta di Reggio: sono nata a Collagna. Mi sono poi occupata per molta parte della mia vita della nostra montagna.


Stranamente, l’attività così lungamente svolta, mi rende più difficile trattare l’argomento perché mi sembra che tante, tante cose che a seguito del risultato elettorale ora vengono sollevate, siano in tempi passati e non sospetti già state dette e ridette e finite in orecchi da mercante.

Cito, e mi si perdoni, un mio lavoro fine anni Settanta perché la grande mostra che lo illustrava alla sala comunale dell’isolato San Rocco, fin d’allora era intitolata “Una realtà dimenticata” e si riferiva al sistema insediativo montano.

Lo studio, promosso dalla Camera di Commercio di Reggio Emilia, poi presentato dal Cer all’Onu, già da allora metteva in luce una serie di criticità che oggi ci troviamo ancora di fronte. Altri studi prima e dopo, sul sistema socio economico nelle sue varie componenti in relazione alle caratteristiche geomorfologiche del territorio, furono svolti ma, come spesso in Italia, accantonati e dimenticati. Si riparte sempre da zero.



L’ACQUA

Così, purtroppo, la montagna, nella realtà dei fatti, in attesa di un’autentica politica, ha funzionato da bacino di manodopera, quindi di depauperamento di popolazione, e di “materie prime”: innanzitutto l’acqua.

A questo proposito e alla luce delle conoscenze attuali pongo un quesito: è stato veramente riconosciuto e si riconosce oggi nella giusta misura alla montagna il valore della sua acqua? Acqua di cui adesso, beninteso, paga sia il consumo sia la indisponibilità delle sorgenti che le servivano per un’economia agro-silvo-pastorale che, per ragioni ecologiche, oggi pare tornare di attualità e che allora realizzavano un certo tipo di assetto idrologico.

Dispiace dire che spesso la captazione, per ragioni di risparmio aziendale, è stata realizzata in maniera selvaggia distruggendo le antiche mulattiere che costituivano la rete dei percorsi per animali e uomini e per il controllo dei boschi. Nell’estate scorsa ho chiesto a uno di quei montanari che a nessun costo vuol abbandonare la sua terra, di condurmi col suo fuoristrada al “bosco reale” risalendo la valle del Rio Albero verso la Val Fiore (che nomi!). Quel luogo un tempo a me familiare è ora irriconoscibile: del vecchio percorso nulla, nell’autentico parco costituito dai meravigliosi castagni che ci accoglievano nelle belle stagioni e ci nutrivano in quelle brutte, ora esiste una selva impenetrabile in cui il montanaro mi indicava i diversi castagni soffocati dalle essenze più varie, nonché i resti dei metati dalle bellissime murature in sassi.

I BOSCHI

Ha ragione il Senatore Carri di cui condivido molte delle argomentazioni svolte nel suo articolo sulla Gazzetta del 30 gennaio scorso, quando pone l’accento sull’indispensabile cura dei boschi pubblici – ma, aggiungo, anche privati – con l’impiego di tutte le risorse necessarie ricavate da priorità serie.

Siamo tutti d’accordo infatti che bisogna creare posti di lavoro in montagna, è una considerazione vorrei dire ovvia; non parlo degli indispensabili servizi, elemento anch’esso fondamentale, perché ho trattato questo argomento nel marzo 2017 sulla Libertà e su Redacon.

Tornando quindi al campo del lavoro abbiamo sotto gli occhi la necessità prioritaria del risanamento idrogeologico di cui sono componenti la riqualificazione dei boschi insieme alla pulitura dei greti dei nostri torrenti e fiumi di montagna. Questo, per segnalare solo alcuni temi di fondo, ma credo veramente che al riguardo sia proprio l’ottica che debba essere cambiata: non ci si può permettere di fare arrivare in montagna dei “residui” di finanziamenti come si facesse della beneficenza.

La legge numero 3 sulla montagna (1971) prevedeva interventi a sostegno delle popolazioni, servizi, e finanziamenti aggiuntivi e non sostitutivi. È avvenuto così?

Il soggetto autenticamente operativo la Comunità Montana (il 75% del suolo nazionale è costituito da montagne e colline) è stato abolito e solo successivamente sostituito dall’Unione dei Comuni. Quest’ultima ha lo stesso potere decisionale e operativo?

L’opera di sensibilizzazione del Parco è molto importante, ma non sostitutiva e il Parco non è un Ente di primo grado. Fortunatamente ci sono ancora i Comuni: autentica trincea della Democrazia come diceva un vecchio politico. Ci sono stati in passato e ci sono ancora molti bravi Sindaci che si impegnano in loco con tutte le loro forze in condizioni anche legislativo-burocratiche per loro difficili e con scarsità di organico.

L’ACCORPAMENTO

A questo proposito aggiungerò che, per quel che ho potuto personalmente constatare, l’accorpamento dei quattro Comuni del Crinale – Collagna, Ligonchio, Busana e Ramiseto – avviato probabilmente con le migliori intenzioni, nella realtà ha ulteriormente destrutturato il territorio eliminando degli autentici presidi. Mentre prima ogni Comune aveva un suo nucleo operativo sempre presente, ancorché piccolo, ora, nei cosiddetti Municipi del Crinale c’è una sola persona che risponde al telefono dicendo dove si possono, quel giorno, trovare i vari responsabili: la sede comunale, di fatto oggi a Busana, verrà a breve trasferita a Cervarezza scendendo ulteriormente di quota. Non è naturalmente colpa dell’amministrazione: l’accorpamento e la reale distanza dei Municipi, con le tortuose strade di collegamento sulle quali, come viandanti, i vari impiegati si spostano da un punto all’altro, rende ancor più difficile il governo “in loco” dei problemi della gente. La Gente: voglio dire che dobbiamo veramente toglierci il cappello di fronte a questa gente che fa di tutto per restare, e questo non tanto e non solo per le condizioni difficili di vita che sono disposti ad affrontare, ma perché ancora ne sono capaci.

Sono rimasti dei testimoni di un’umanità che non ha abdicato in nome della comodità, spesso gabellata per progresso. Sentono, e io credo del tutto consciamente, che tutti siamo nati liberi e loro pensano che nonostante tutte le difficoltà, lassù vi sia ancora un margine maggiore di libertà garantita da un’atavica solidarietà non organizzata ma spontanea; una sorta di alimento alla loro sostanza di uomini e di donne che viene loro dal confrontarsi continuamente con la Natura, anche quando è ostile. E per questo sopportano, e per questo forse li invidiamo e li abbandoniamo in maniera miope, perché il loro danno sarà il nostro danno. È tra di loro che va cercata la futura classe dirigente per quelle terre, non tra funzionari pur pratici di burocrazia ma spesso catapultati lassù ad applicare logiche e tecniche buone (si fa per dire) per il pedemonte ma non per la montagna.

Non casualmente le ultime “grandi opere” realizzate in montagna e che tali si possono veramente dire, è bene ricordare che sorsero per iniziativa di un grande uomo dei monti, Pasquale Marconi, pieno di cuore oltreché di cervello: l’ospedale Sant’Anna di Castelnovo ne’ Monti (a proposito mi piacerebbe sapere se gli organismi deputati che hanno decretato la chiusura del punto nascite erano formati da donne o da uomini!) e l’acquedotto della Gabellina da cui si è poi generato l’acquedotto che in grande misura alimenta la città.

LA RESISTENZA

Da ultimo: ci si è dimenticati che la Resistenza di cui anche quelli che non ci hanno avuto niente a che fare si riempiono continuamente la bocca – mentre noi, testimoni bambini, subivamo pesantemente le vicende della linea gotica – è stata “ospitata” soprattutto in montagna e che questa l’ha pagata duramente? Proprio Marconi, per lo schieramento cattolico delle Fiamme Verdi era uno dei capi, mentre in altra zona della montagna agivano gli schieramenti della Brigata Garibaldi. La storia della montagna, anche nel rapporto con la pianura, non comincia oggi perché il cambiamento del clima ci fa paura e il problema politico delle aree interne e marginali (marginali a che?) è scoppiato in tutto il mondo con le conseguenze politiche che tutti possono vedere. La Storia pare muoversi con lentezza, ma, repentinamente, presenta il conto: tutto in una volta.—

* architetto

© RIPRODUZIONE RISERVATA