Il questore Giuseppe Ferrari si presenta «Potenziare la lotta alla ’ndrangheta»

Il dirigente traccia la rotta: «Aggredire i patrimoni della malavita organizzata con le misure di prevenzione»

REGGIO EMILIA.  «Un inizio di incarico in corsa». Così ha definito i suoi primi tre giorni da questore Giuseppe Ferrari, che da lunedì scorso si è insediato in via Dante. Il riferimento del dirigente 56enne è all’emergenza Coronavirus che sta colpendo in particolare le regioni del nord. Giornate frenetiche, scandite da riunioni fiume per far fronte alle criticità della settimana di forzato stop di numerose attività stabilita dalla Regione.

Non a caso ieri l’incontro con la stampa è slittato di oltre un’ora per l’ennesimo summit in prefettura - il terzo in due giorni e mezzo - allo scopo di fare il punto sul Coronavirus.


Questore Ferrari, un avvio impegnativo.

«Sono stati giorni intensi ma positivi: un’occasione per me per conoscere le autorità provinciali. Si tratta di una situazione particolare anche per noi. Quello che ho detto agli uomini della squadra volante è che, a maggior ragione in questo momento, la polizia di Stato dev’essere tra la gente, essere presente tra i cittadini, anche come segnale di normalità. Come accaduto a L’Aquila, dove sono stato per tre anni».

Il Coronavirus come il terremoto?

«No, però anche questo è un frangente di criticità, nel quale la polizia dev’essere una presenza rassicurante».

Non mancano gli sciacalli. L’altro giorno si è verificata una tentata truffa ai danni di una 85enne. Altri episodi?

«Si tratta di tentativi di truffa prevedibili ma limitati. Credo che a breve verrà diramato un comunicato per chiarire ai cittadini che i test non si svolgono a domicilio. Il consiglio è sempre quello di non aprire la porta a sedicenti medici e di digitare subito il 113».

Com’è stato l’impatto con la nostra città?

«Sono contento di essere qui e sono molto motivato, visto che è il mio secondo incarico da questore. Reggio Emilia dal punto di vista professionale è un incarico di prestigio. Ai fini dell’assegnazione delle risorse di organico, il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha elaborato uno studio su parametri Istat per verificare l’effettivo carico di lavoro che grava su ogni questura, stilando una classificazione che distingue tra capoluoghi di regione, città di provincia di seconda fascia e città di provincia di terza fascia. Reggio si situa tra le prime della seconda fascia: è quarta dopo Vicenza, Lecce e Perugia e prima in Emilia-Romagna dopo Bologna. Una provincia impegnativa per numero di stranieri, per la fiorente economia, per gli eventi di ordine pubblico, per il calcio (una squadra in serie A e una in serie C). Non a caso Reggio si è vista assegnare 80 uomini nel triennio 2019-2021: ad aprile i nuovi arrivati saliranno a quota 55».

Quali saranno le sue priorità?

«Devo ancora ambientarmi. Ho parlato a lungo con il mio predecessore, Antonio Sbordone, e proseguirò nel solco da lui tracciato. Almeno nella fase iniziale la mia sarà una gestione improntata alla continuità e a quelli che sono i pilastri di ogni struttura di polizia di Stato: controllo del territorio, ordine pubblico, contrasto alla criminalità».

Quanto punterà sull’ascolto dei cittadini?

«Tanto. Il controllo del territorio si fa partendo dall’ascolto delle istanze dei residenti, le segnalazioni dei cittadini sono fondamentali».

Il nome di Reggio è legato al maxi processo Aemilia. Riserverà un’attenzione particolare alla ‘ndrangheta?

«Senza dubbio, l’attenzione contro la criminalità organizzata e l’aggressione dei patrimoni tramite le misure di prevenzione saranno potenziati».

Veniamo ad argomenti più leggeri. Un parmigiano a Reggio: non la preoccupa la storica rivalità campanilistica tra le due province?

«Per carità, ho lasciato Parma nel 1984. E poi io sono di Busseto, verso il piacentino».

Interessi personali?

«Il ciclismo. Appena gli impegni me lo consentono salgo in sella alla bicicletta. E la storia: amo leggere i libri storici. Ma amo più di tutto la polizia di Stato: il mio lavoro è al primo posto». —