La pm difende i pentiti: «Sono veritieri»

Ricostruita nella requisitoria fiume la genesi dell’inchiesta: «Grande Aracri dà loro dei bugiardi per raffazzonare una difesa»



«I racconti dei pentiti sono logici, coerenti e veritieri. Dopo una trentina di udienze ritengo che il quadro probatorio si sia rafforzato, anzi è diventato granitico: è emersa l’assoluta evanescenza delle tesi difensive che non hanno intaccato la credibilità dei collaboratori di giustizia, pienamente confermati dal contraddittorio tra le parti». Questo il perno della requisitoria fiume del pm della Dda Beatrice Ronchi, ieri protagonista assoluta, nel processo sui cold case dei delitti di ‘ndrangheta di Aemilia 1992.


Ricordiamo che il boss Nicolino Grande Aracri, Angelo Greco, Antonio Ciampà e Antonio Lerose sono i quattro imputati (per tutti l’accusa è di omicidio aggravato dal metodo mafioso) del procedimento che ha portato la Procura Antimafia a riesumare gli assassinii di ’ndrangheta di 27 anni fa: vittime Nicola Vasapollo a Reggio e Giuseppe Pino Ruggiero a Brescello.

Il processo – che si svolge davanti alla Corte d’Assise, una giuria popolare, perciò gli imputati rischiano l’ergastolo – è entrato nella fase finale dopo quasi un anno: e la difesa a spada tratta dei pentiti è stata ritenuta doverosa, visto che gran parte dell’imponente castello accusatorio costruito dalla Dda ha le sue fondamenta nelle parole di Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese: «Grande Aracri dà ai pentiti dei bugiardi e dei mitomani, ma credo sia chiaro che è solo un residuo della polvere del boss per cercare di raffazzonare una difesa», ha attaccato la pm.

Ronchi ha impiegato quattro ore al mattino e quattro ore al pomeriggio – ma è solo l’inizio della requisitoria, la prima delle tre udienze riservate all’accusa, le richieste di condanna arriveranno il 28 febbraio o il 6 marzo – per ricostruire, con dovizia di particolari e complessi intrecci di personaggi su e giù per lo stivale, la genesi dell’indagine, «condotta con rara abnegazione dai carabinieri di Modena e dalla Squadra Mobile di Reggio, che ringrazio».

Un’inchiesta che ha preso il via dalle rivelazioni del pentito Antonio Valerio, definito dalla pm dalla memoria di ferro: «Nel 2017 Valerio viveva in totale isolamento, non vedeva nessuno tranne noi e il suo avvocato, non aveva nemmeno un computer». Eppure «nella mia esperienza, in dieci anni di Procura distrettuale a Reggio Calabria, non ho mai visto una collaboratore di giustizia così preciso. Valerio non sbagliava praticamente mai e quelle poche volte che riferiva un dato inesatto se ne accorgeva lui stesso e lo correggeva».

Gli inquirenti si sono recati sul posto, a Brescello, per verificare luoghi e tragitti riferiti da Valerio, non trovando un cavalcavia perché nel frattempo era stato spostato. Altrettanto «imprescindibile», «di importanza epocale», quanto dichiarato da Cortese, che secondo il pm «appena ha iniziato a collaborare, nel lontano 2008, ha subito fornito dettagli preziosi che solo chi conosceva i fatti per averli vissuti in diretta poteva riferire». Peccato che gli inquirenti, all’epoca, non diedero peso e non verificarono episodi clou per i delitti del 1992: come ad esempio il racconto della partenza del commando dalla Calabria verso l’Emilia, le divise da carabinieri portate al nord da Nicolino Sarcone durante un viaggio in treno con la fidanzata dell’epoca (che Cortese chiama “Anna”, sbagliando il nome, e che ha deposto terrorizzata dal boss Grande Aracri confermando in pieno). Secondo l’accusa «non ci voleva la Cia, è bastato andare a compulsare gli atti». —