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Ventuno pluriclassi sul Crinale salvano le scuole e i territori

Dati Unione montana dei Comuni dell'Appennino reggiano

Così restano aperti anche i plessi delle zone dell’Alto Appennino più spopolate. Ferrari: «Serviranno dimensionamenti, ma certi non potranno essere chiusi»

CASTELNOVO MONTI. L’esperienza della pluriclasse – bambini di età diversa che si trovano a condividere la stessa classe e gli stessi insegnanti – non è un ricordo del passato. Ma una realtà attuale nel nostro Appennino. Una necessità irrinunciabile per riuscire a tenere aperti plessi di riferimento per la aree più remote, e più spopolate, del Crinale.

Nell’Unione dell’Appennino, le pluriclassi nella scuola primaria sono 19 (da sommare alle 66 classi omogenee) e riguardano Valestra di Carpineti, Paullo di Casina, Quara e Cerredolo di Toano, Minozzo e Case Bagatti a Villa Minozzo, Busana, Collagna, Ligonchio, Ramiseto per Ventasso e Vetto. Un’esperienza che si registra anche alle medie di Ramiseto e Vetto. Mentre negli altri Comuni dell’Unione, come a Baiso (che fa parte dell’Unione Tresinaro Secchia), non si registra questo tipo di esperienza.

«Il piccolo plesso pluriclasse resta un tratto distintivo del territorio dell’Appennino. Nel 2017, siamo stati invitati a Roma al Forum della pubblica amministrazione per raccontare questa esperienza didattica, inserita in un contesto di rete di tutte le scuole. Esiste infatti dal alcuni anni il Ccqs, il Centro di coordinamento per la qualificazione scolastica che vuole fare uscire dall’isolamento probabile, possibile che si può trovare una pluriclasse per farle entrare in rete con le altre pluriclassi e le altre scuole del territorio. Non è semplicemente una rete di scuole, quanto un patto territoriale vero e proprio».

A raccontare come nel territorio dell’Unione, si sta affrontando il tema scuola è Emanuele Ferrari, vice sindaco di Castelnovo Monti, referente per le Aree Interne di tutti i progetti per le scuole.

In cosa si traduce questo patto?

«Che è stato possibile inserire un coordinamento pedagogico non solo nelle scuole d’infanzia, ma anche nelle primarie, o uno psicologo scolastico. Cose che un singolo istituto con pluriclassi non si potrebbe mai permettere. Si lavora sull’inserimento di figure esterne al mondo della scuola che hanno un ruolo importante per sviluppare didattiche, lavorare sul tessuto sociale, di una rete fra istituzioni scolastiche e politica. Fino all’arrivo delle Aree Interne che hanno rappresentato una svolta ulteriore legata alla parola “strategia”: la scuola occupa un ruolo importante nello sviluppo territoriale, questo è un aspetto di forte condivisione. In questi giorni ho letto le valutazioni fatte dopo il voto alle elezioni regionali, in cui si dice che in Appennino non c’è un piano di sviluppo perché non si riesce a fare squadra. Forse, bisognerebbe guardare meglio le cose e conoscerle. Negli ultimi 4-5 anni soprattutto in Unione con la Strategia nazionale Aree Interne c’è molta condivisione su che modello di sviluppo vogliamo costruire. A partire dai giovani e dalle scuole, dai servizi di prossimità, alle cooperative di comunità. In questi piccoli plessi con le pluriclassi si può dare un’offerta formativa di significato, ma fare anche presidio sociale. Altrimenti, l’unico scenario possibile è l’isolamento e l’abbandono. Credo che le schede di progetto che le Strategia nella fascia 0-10 vadano a potenziare i servizi come sport, teatro, musica dal nido alle medie. Non più ogni Comune fa il suo, ma diamo un disegno complessivo».

Qual è il futuro di queste piccole scuole?

«Da un lato bisogna fare delle scelte su alcune piccole scuole d’eccellenza, che sono anche presidi sociali e farli diventare piccoli laboratori di innovazione. Perché ci dobbiamo rendere conto che se sparisce, ad esempio, la scuola di Case Bagatti tutti quelli della Val d’Asta andranno a Villa, a Castelnovo Monti. Spopoleremmo un’intera vallata. Invece, ci sono altre situazioni che sono più vicine ad altri centri che possono essere considerate in modo diverso. Come per il polo scolastico di Villa Minozzo, che non verrà fatto per chiudere una scuola, ma per offrire un luogo aperto h24 dove i ragazzi delle scuole dai 3 ai 14 anni possono fare esperienza, possono fare laboratori extra scolastici, significativi per l’orientamento formativo futuro. Lo possiamo fare senza chiudere tutti i plessi, ma dimensionando quello che è dimensionabile. Ma c’è anche un altro tema da affrontare».

Quale?

«Credo che la politica debba lavorare sul tema dei dirigenti scolastici. C’è bisogno che ci siano e che conoscano il territorio, invece il trend è quello delle reggenze che restano uno o due anni e poi se ne vanno. È una questione di governance sulla scuola, c’è bisogno di stabilità. Possono essere anche pochi, ma su quelli dobbiamo poter contare. Parliamo anche della diminuzione degli istituti comprensivi. Ne abbiamo cinque, ce li possiamo permettere con funzionalità vere o non è meglio che l’istituto di Castelnovo Monti comprenda Ventasso e Villa Minozzo, come si è già fatto tra Casina e Carpineti? O mettere insieme Villa con Toano? È qualcosa che secondo me la politica dovrà cominciare a discutere, senza arrivare con opinioni precostituite, rispettosi dei territori, ma bisognerà cominciare un dialogo perché l’istituto di Toano è appena sopra i 400 studenti, che è il numero minimo per essere istituto autonomo, ma VillaMinozzo non più e infatti c’è una reggenza».

E le classi? in montagna si formano con numeri minori rispetto ad altri luoghi, ma in deroga.

«Ci sono leggi che tutelano i piccoli numeri, però credo che non possiamo sempre ricorrere allo strumento della deroga, credo che serva costruire politiche di coesione sociale, territoriale, che passano attraverso l’alleanza e un lavoro continuo tra istituzioni, governo locale, istituzioni scolastiche, Ministeri, Regioni».