Un sit-in contro il carcere al collasso

Il carcere della Pulce

Reggio Emilia, dalle aggressioni a un disagio non più gestibile. Trisolini (Cgil): «Con il presidio del 26 febbraio chiediamo delle risposte» 

REGGIO EMILIA. Una mattinata di sciopero con presidio, trasversale e indetto in modo unitario dalla quasi interezza delle sigle sindacali della polizia penitenziaria (manca solo il Sappe), per attirare l’attenzione sulla situazione della casa circondariale. Lo stato di agitazione, fissato per mercoledì 26 febbraio – quando dalle 9 alle 12 si svolgerà un sit-in nel piazzale antistante l’ingresso della Pulce in via Settembrini – è stato proclamato da Cgil-Fp, Fns-Cisl, Uil-Pa, Osapp, Sinappe, Cnpp, vale a dire i tre sindacati confederali più quelli autonomi, per la prima volta uniti in una protesta che vuole essere costruttiva.

«Il giudizio è positivo perché da anni non si vedevano unificate le sigle sindacali: segno che i problemi sono consistenti e sentiti – dice l’ispettore Giovanni Trisolini della Cgil – Negli ultimi tempi si è parlato del carcere per episodi di cronaca (incendi e aggressioni al personale): bisognerebbe invece evidenziare più in generale un sistema penitenziario al collasso. Il presidio vuole approfondire le motivazioni di questo forte disagio e magari indicare soluzioni rapide, tenendo presente che trattandosi di un’amministrazione statale non è facile avere un dialogo diretto».

La Rems in via Montessori che dovrebbe essere aperta in marzo


I PROBLEMI. I problemi della casa circondariale sono noti. Sul fronte del sovraffollamento, si registra l’alto numero di detenuti pericolosi e difficilmente gestibili (oggi concentrati a Reggio e Piacenza), la variegata tipologia (ben 12 le sezioni), l’altissima percentuale di reclusi extracomunitari (quasi il 60%) che non partecipano ai progetti. La presenza di due sezioni di Tsm (trattamento salute mentale) con reclusi affetti da malattie psichiatriche è un altro aspetto critico, poiché i detenuti che durante l’espiazione della pena si ammalano di mente confluiscono a Reggio e vi resteranno anche dopo l’apertura della Rems. Altra nota dolente la carenza di personale: di polizia penitenziaria (gli agenti dovrebbero essere 250 invece sono 195) ma anche di educatori (sulla carta 8 ma ce ne sono 3) e di assistenti sociali. A ciò va aggiunta la penuria di personale dell’Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe), che potrebbe decongestionare il sovraffollamento con percorsi alternativi, così come quella degli uffici di sorveglianza. Se si considera che i continui tagli alla pubblica amministrazione hanno determinato uno stop nella manutenzione ordinaria, il quadro è completo.

LE RICHIESTE. Per l’ispettore Trisolini «manca una politica penitenziaria ormai da decenni e gli interventi sono rimasti sporadici». Che fare, dunque? «Il miglioramento è possibile. A breve termine si può ridurre il numero di detenuti pericolosi e ridistribuirli tra gli istituti della Regione; diminuire il numero complessivo dei detenuti e delle tipologie; integrare l’organico del personale, non solo di polizia penitenziaria, tenendo presente le lungaggini dell’operazione di finanziare e bandire concorsi». Il sindacalista della Cgil mette poi l’accento su un altro nodo. «La perenne emergenza rischia di inficiare i progetti, la formazione, le iniziative culturali finalizzate al reinserimento sociale: tutte risorse positive a Reggio storicamente presenti. Questo è fondamentale ai fini della sicurezza pubblica perché è dimostrato che il detenuto che fa un percorso di reinserimento di qualità è una persona che non commette più reati».