«La mia lumaca d’Obò per salvare l’ambiente»

Martina Panisi, l'ecologista, fotografo nonchè compagno della biologa Vasco Pissarra e le Lumache Gigantio d'Obò (Foto Vasco Pissarra per National Geographic e Alisei ong)

Reggiolo, Martina Panisi, 26 anni, biologa, ha salvato dall'estinzione la specie che vive sull'isola di Sao Tomè e Principe: «Siamo riusciti ad aprire un centro di conservazione che si finanzia col lavoro delle donne»

REGGIOLO. Anche una lumaca può salvare il mondo. Letteralmente. «Perché ogni volta che togliamo un elemento dal sistema naturale lo indeboliamo. E quando una specie si estingue, l’equilibrio s’incrina». Per questo Martina Panisi – 26 anni, una passione per insetti e invertebrati nata fin dall’infanzia trascorsa a Reggiolo, una laurea breve in Biologia a Modena, la magistrale a Lisbona, e da allora una vita dedicata alla conservazione delle biodiversità, vissuta tra Africa, Portogallo e Italia – ha dedicato gli ultimi tre anni della sua esistenza alla difesa della Lumaca Gigante d’Obò.

Le Lumache Giganti d'Obò salvate dall'estinzione da una biologia di Reggiolo

Una specie fortemente a rischio, prima che la determinazione e l’entusiasmo di Martina la salvassero dall’estinzione, autoctona della nazione di Sao Tomè e Principe, formata da due isole nel golfo di Guinea, in Africa, con 180.000 abitanti e una piccola colonia di 15 italiani, «scelta – dice – per la sua biodiversità unica e la sua foresta meravigliosa». . Sull’isola, ricoperta da un’immensa foresta, Martina sbarca il pomeriggio del 12 gennaio del 2017 dopo aver salutato la mamma casalinga, il padre, dirigente di banca e il fratello minore (20 anni) informatico-programmatore.

E prima di Greta Thumberg, senza alcun clamore, inizia a fare la sua parte per rimettere in sesto una foresta fiaccata dalla deforestazione e dall’abuso. Partendo proprio dalle Lumache Giganti. «È stata l’università di Lisbona a darmi la possibilità di fare il progetto di ricerca – racconta Martina –. Sapevo che la specie era poco conosciuta e che stava scomparendo, ma sapevo anche che volevo trovarla a tutti i costi». Per tre motivi: «Perché le lumache favoriscono la decomposizione del materiale a terra facendo in modo che i nutrienti siano disponibili per le piante della foresta – dice –. Per un motivo culturale: la specie ha un grande valore per gli abitanti che non solo se ne cibano ma la usano per fare medicinali contro le malattie respiratorie e come tonificante e perché salvarla era il simbolo della conservazione di specie piccole ma di enorme importanza». E così è stato. Martina è riuscita a scovare una colonia di Lumache d’Obò nella parte più nascosta e impervia dell’isola.

Ecologia, lumache giganti e amore: la vita di Martina e Vasco sull'isola di Sao Tomè

Non sapeva, però, che per raggiungere il suo obiettivo avrebbe vissuto in una «quasi-casa al limitare della foresta, senza luce né acqua», che avrebbe ogni giorno, per settimana, dovuto percorrere chilometri nel caldo soffocante o sotto la pioggia, e non sapeva nemmeno che su quell’isola incantata, alla fine, oltre Archachatina bicarinata, nome scientifico della lumaca, avrebbe trovato anche l’amore: Vasco Pissarra, ecologo e fotografo, inviato dall’università di Lisbona, impegnato nello studio degli squali a Capo Verde ma interessato anche al progetto di Sao Tomè.

Trovate le lumache e deciso di non abbandonare la ricerca sul campo, Martina e Vasco, si sono dovuti dare da fare per dare gambe al progetto di salvaguardia. Reperendo fondi, tanto per cominciare: finanziamenti sono arrivati dal Cepf di Cambridge e Martina ha vinto il primo premio di 10.000 euro della quarta edizione di Terre de Femme di Yves Rocher che ogni anno celebra le donne impegnate della difesa dell’ambiante. Promuovendo la loro fatica: Martina è diventata ambasciatrice del National Geographic con il progetto Forest Giants, svolto assieme alla ong milanese Alisei Onlus.

E facendo, infine, formazione sull’isola per far sì che il progetto diventasse parte della vita degli abitanti. «Abbiamo iniziato a presentarlo nelle scuole – racconta Martina – e alle istituzioni. Siamo riusciti, con il supporto di Alisei, ad aprire un centro di conservazione delle lumache nel giardino botanico vicino alla foresta, oggi gestito da locali, all’interno del quale invitiamo le classi e spieghiamo ai bambini l’importanza di animali e ambiente. Siamo riusciti ad avere la collaborazione di un ex cacciatore di lumache che oggi lavora con noi». Non solo. L’obiettivo è più alto: avviare il circuito virtuoso di una microeconomia «che sia in grado – conclude Martina – di garantire auotfinanziamenti al centro per la sua sopravvivenza». Per questo sono state chiamate alcune donne dell’isola che con materiali naturali realizzano borse e portachiavi da vendere ai pochi (ancora) turisti.