Contenuto riservato agli abbonati

Reggio Emilia, una famiglia affidataria si racconta alla Gazzetta: «E adesso #parlatecideibambini»

Una famiglia affidataria si racconta e difende l’istituto dell’affido, messo a dura prova dall’inchiesta “Angeli e Demoni”: «Speriamo che da questa vicenda possa uscire qualcosa di buono e che la politica faccia quello che dovrebbe fare»

REGGIO EMILIA. Lei è un fiume in piena, lui più compassato, ma la voglia di raccontarsi e di difendere l’istituto dell’affido e, soprattutto, i bambini che ne hanno bisogno è la stessa. Elisabetta e Giorgio sono una coppia affidataria con un figlio naturale ormai maggiorenne e tutti insieme hanno deciso di adottare quel bambino che è ormai con loro in affido temporaneo da 13 anni. Nel frattempo è diventato un adolescente e soprattutto parte integrante della loro famiglia.

Non è stato tanto lo slogan “Giù le mani dai bambini”, che ha attraversato e monopolizzato gli ultimi mesi e l’intera campagna elettorale, ma sono soprattutto i danni permanenti e la sfiducia che si è creata verso l’istituto dell’affido e verso i servizi sociali che proprio non digeriscono. «Questa – sostengono – non è una di quelle cose che si lava via con la fine della campagna elettorale. Resterà una ferita aperta. Speriamo che da questa vicenda possa uscire qualcosa di buono e che la politica faccia quello che dovrebbe fare. Partendo da un errore, occorre capire dove si è sbagliato e dove si deve migliorare. Per adesso si parla solo di persone che vogliono speculare sulla pelle dei bambini. Chi ha sbagliato deve pagare, ma non si può demolire un sistema in questo modo».

«L’affido, nel nostro caso, è partito – spiegano – da una difficoltà riconosciuta dalla stessa madre naturale, che per questo si è rivolta ai servizi. Il nostro è nato come un affido condiviso con la mamma del bambino che ha chiesto un aiuto. Abbiamo costruito un rapporto di fiducia con la famiglia di origine e ancora oggi siamo i primi a essere contattati in caso di bisogno. Doveva essere un affiancamento, un affido di breve durata, per dar tempo alla mamma di trovare lavoro. Poi la donna ha deciso di andare a vivere all’estero e nell’ultimo incontro, nel salutarlo, ce lo ha affidato di nuovo. Ha fatto una scelta di amore e di responsabilità».

Non è sempre così. A volte occorre intervenire con urgenza, come nei casi di violenze domestiche o di un femminicidio, e allora parte un intervento tampone, un affido temporaneo, di un mese, per cercare intanto una soluzione. In quei casi, e i Servizi sociali chiedono aiuto a famiglie disponibili ad accogliere chi arriva senza farsi tante domande, solo per dare a una famiglia a chi l’ha persa. Ma è proprio il tempo ad essere un’entità astratta nell’affido. Un tempo sospeso.

«Il tempo che passa – continua Elisabetta – è centrale. Siamo tutti in attesa che qualcuno faccia qualcosa: che l’assistente sociale decida, che il Tribunale si pronunci e a volte ci sono anche problemi di comunicazione e la famiglia si trova a dover affrontare da sola i problemi».

Per Giorgio ed Elisabetta doveva essere un affido breve ed è diventata la storia di una famiglia allargata. Una scelta figlia delle esperienze personali e delle scelte di Elisabetta e Giorgio. Lui che, quando abitava a Campagnola, frequentava come volontario una casa famiglia, e che con la mamma faceva il doposcuola ai ragazzini. Per poi ritrovarsi a fare volontariato alla Caritas, dove ha incontrato Elisabetta. «Ci siamo conosciuti – raccontano – quando sono arrivati i primi barconi dall’Albania. I profughi vennero sistemati all’ex San Lazzaro. Oggi tanti nostri carissimi amici sono albanesi».

Ed è tra i padiglioni abbandonati dell’ex ospedale psichiatrico San Lazzaro che è nata la loro storia e la decisione, già presa allora, di diventare una famiglia affidataria. Giorgio è spesso in giro per il mondo per lavoro, mentre Elisabetta è un’insegnante che vive a scuola in prima persona il disagio dei minori.

«Dove – dice – mi sono dovuta confrontare con quel clima di sfiducia che ha travolto le famiglie dopo lo scandalo sugli affidi in Val d’Enza e che oggi rende ancora più difficile aiutare i bambini in difficoltà. Oggi inviare i genitori a un controllo o ad una visita presso il servizio di Neuropsichiatria Infantile, rischia di spaventarli».

Alcune famiglie sono impaurite perché associano queste figure al mondo dei servizi sociali. «È stato nostro figlio – sottolinea Giorgio – a darci la spinta per uscire allo scoperto e a chiederci di farlo. Guardava la televisione, si arrabbiava e diceva di voler andare lui a raccontare ai giornalisti che i servizi sociali aiutano i bambini in difficoltà».

«Quello che ci ha dato più fastidio – aggiungono – è stato il veder infangare tutti i servizi sociali e un’intera comunità, senza conoscere nulla di quanto accaduto. Solo a dire che sei di Bibbiano in giro per l’Italia ti guardano storto. Qualche settimana fa, in un agriturismo in Toscana, abbiamo detto che eravamo di Bibbiano e che eravamo una famiglia affidataria e c’è stato il gelo da parte dell’impiegata alla reception. Qualche giorno fa poi siamo andati in un mobilificio a Pesaro e per ore il titolare ci ha tempestato di domande. Quando ci siamo salutati ci ha ringraziato per averlo aiutato a capire. Oggi gli incontri con le famiglie che sono disponibili all’affido vanno quasi deserti e parlarne è diventata quasi una parolaccia. Le stesse assistenti sociali ci dicono che il sistema degli affidi è fortemente compromesso. Invece l’affido ti insegna tanto, anche come genitori. Ti insegna che i figli sono figli della vita».

Ma non è che tutto vada sempre per il verso giusto. «Quello che è faticosissimo – concludono – per le famiglie affidatarie, è il trovarsi in una sorta di limbo. Per legge l’affido dovrebbe durare due anni, ma in realtà spesso si protrae fino ai 18 anni, con un forte turnover delle assistenti sociali e tempi biblici per le decisioni. Ci sono momenti in cui la famiglia affidataria si sente sola e deve tenere i fili, barcamenandosi tra la burocrazia italiana e le diverse agenzie e istituzioni coinvolte nell’affidamento dei minori. L’affido però fa rinascere i bambini, le famiglie, le persone. Quando abbiamo deciso di aprire la nostra famiglia non pensavamo che saremmo arrivati all’adozione. Poi è capitato, perché è la vita che sceglie».