Il mito dell'altrove è finito, serve restanza

L'editoriale della domenica del direttore, Stefano Scansani, sulla situazione dell'Appennino

REGGIO EMILIA. Ci sono serate straordinarie nelle quali, arrivando da nord, dalla Bassa, dai ponti di Calatrava, è possibile avvistare le luci della seggiovia di Febbio. Grazie alla serenità del cielo il mondo della montagna s’avvicina a Reggio e i sessantacinque chilometri di strada, l’ora e venti minuti che separano il Crinale dalla città, sembrano un niente. Così caro a Pier Vittorio Tondelli perché come un segnale verticale indica il territorio reggiano, il Monte Cusna con i suoi 2.121 metri di statura smette di fare da schienale alla provincia. Ne diventa il fondale.

Ad annullare lo spazio fra la città e la montagna sono semplicemente: la prospettiva aerea, l’illusione ottica e la formula letteraria con la quale ho iniziato il mio scritto.
In verità la montagna è lontanissima, un altro mondo, afflitta da problemi drammatici di spopolamento, abbandono, isolamento, incuria e smemoratezza. Tutti insieme questi fenomeni confermano il fallimento della politica nazionale e poi locale. Politica che non ha saputo prevedere e programmare, pronosticare e risolvere.

La serie di inchieste che la Gazzetta dedica all’argomento è iniziata mercoledì con la puntata sul fattore più rilevante: la desertificazione dell’Appennino, non quello insulare o peninsulare, ma settentrionale, al quale la trafficata, urbanizzata e congestionata via Emilia fa da guardrail. La domanda che poniamo alle istituzioni, agli enti responsabili, alla politica e all’opinione pubblica è “la montagna reggiana sta morendo?”. Tanto punto interrogativo però è stemperato dal contenuto di due parentesi: “(diteci che non è vero)”, quale segno di speranza, di un’utopica inversione di tendenza.

Elementarmente, la montagna muore perché non nascono bambini. Così il complesso sistema dei problemi è andato via via banalizzandosi sotto elezioni regionali con l’apri-e-chiudi del punto nascite dell’ospedale di Castelnovo Monti. La battaglia per il mantenimento del punto nascite, la severità generalista della norma che ne impone la chiusura, la retromarcia strategica elettorale della Regione e l’eventuale riapertura del reparto non sono la soluzione al decremento demografico. Neanche un minimo contributo al ripopolamento. Perché è tutta la filiera esistenziale e sociale che va affrontata e ripianificata.

Se un bimbo nasce in montagna dovrà affrontare l’avventura della crescita e della formazione, dal nido alla scuola materna, dall’elementare alla media. Per seguire un percorso analogo a quello dei suoi coetanei di pianura o di città, il bimbo con la sua famiglia dovranno inurbarsi in uno dei centri maggiori: Castelnovo Monti, Casina, Carpineti. L’alternativa sarà altrimenti un’esperienza rurale ottocentesca in una pluriclasse. È uno scenario di vita circoscritto. Invita alla fuga. Dolorosa, ma inevitabile.

Scenario circoscritto, e in quale ambiente? Bellissimo e buonissimo per ritmi e salubrità, ma non per gli stimoli, le esperienze, la conoscenza, le prospettive, i servizi, le infrastrutture. La montagna abitata dagli anziani, priva di risorse, opportunità di lavoro e occasioni di relazioni diventa un muro che non sbatte contro il Cusna, il Ventasso, la Nuda o l’Alpe di Succiso, ma non si connette con l’alta e la bassa pianura. Così è larga parte dell’Appennino. Allora si capisce perché tanti nostri borghi, frazioni, nuclei abitati iniziano il loro nome con “Case” e lo concludo col cognome ricorrente degli abitanti. Che sono in via di diradamento estremo.

I Comuni “alti” di Castelnovo Monti, Casina, Carpineti, Toano, Baiso, Vetto, Villa Minozzo e Ventasso (quest’ultimo allora non esisteva, quindi Busana, Collagna, Ligonchio e Ramiseto erano autonomi e indipendenti) negli anni Cinquanta contavano 58mila abitanti e oggi – sempre tutti insieme – non raggiungono le 36mila unità. Delle quali oggi 10.508 a Castelnovo Monti, 4.452 a Casina, e 4.006 a Carpineti.

Un lettore ha sintetizzato la questione “quantitativa” in maniera molto spiccia e provocatoria: la popolazione di Vetto, cioè 1.824 persone, potrebbe essere sistemata in due o tre nuovi condomini alla Pappagnocca, a 3 chilometri e 200 metri dal centro storico di Reggio Emilia, piazza Prampolini. L’interrogativo conseguente: che ne resterebbe di Vetto? Una cosiddetta ghost town, una città (per eccesso) fantasma.

Le domande discriminanti sono altre: che cosa motiva la decisione di una famiglia di restare a vivere lassù, fare figli lassù, inventarsi lavori lassù... Arrivo al dunque: andare al cinema, ammalarsi, andare a messa, comprare giornali, trovare i distributori di benzina, connettersi, fare spesa e poca strada lassù. La montagna non va d’accordo con questo mondo.
Servirebbe restanza.

La restanza è stata capita prima dei vocabolaristi che dai politici. Restanza, dalla Treccani: “Negli studi antropologici, con particolare riferimento alla condizione problematica del Sud d’Italia, la posizione di chi decide di restare, rinunciando a recidere il legame con la propria terra e comunità d’origine non per rassegnazione, ma con un atteggiamento propositivo”.

La parola restanza è stata sviluppata l’antropologo Vito Teti nel suo libro, pubblicato nel 2014, “Pietre di pane”. Un assaggio: “Restare non è un fatto di pigrizia, di debolezza: dev’essere considerato un fatto di coraggio. Una volta c’era il sacrificio dell’emigrante e adesso c’è il sacrificio di chi resta. Una novità rispetto al passato, perché una volta si partiva per necessità ma c’era anche una tendenza a fuggire da un ambiente considerato ostile, chiuso, senza opportunità. Oggi i giovani sentono che possano esserci opportunità nuove, altri modelli e stili di vita, e che questi luoghi possono essere vivibili. È finito il mito dell’altrove come paradiso”.

La restanza è il coraggio di chi resta, che funziona se è combinato con il coraggio di chi intuisce e amministra (Stato, Regione, Provincia, Unione dei Comuni). Il tempo stringe. —

Stefano Scansani
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