Le nascite sono poche e i giovani emigrano, così si spopola il Crinale

Dal dopoguerra a oggi il calo è stato drastico soprattutto nell'Alto Appennino. La sociologa: "Qui applicare gli standard nazionali fa chiudere i servizi"

CASTELNOVO MONTI. Un costante e inesorabile calo della popolazione. Si chiama spopolamento il grande male della montagna reggiana. Una "patologia" che è insieme effetto e causa: se i servizi si riducono per via dello spopolamento, questo non potrà che aumentare per la stessa ragione. Un cane che si morde la coda, un vortice dal quale sembra difficile uscire.

I DATI

La riflessione parte dalla fotografia che ci regalano i numeri.Dal dopoguerra a oggi, i residenti sul Crinale sono stati in costante diminuzione. Fanno eccezione il Comune di Castelnovo Monti e quello di Toano, dove in realtà la popolazione è rimasta abbastanza constante. A pagare è soprattutto l'Alto Crinale, con il Comune di Ventasso - nato nel 2015 dalla fusione di Busana, Collagna, Ligonchio e Ramiseto - e Villa Minozzo. Il primo rispetto agli 11mila abitanti del dopoguerra è scivolato sino agli attuali 4.100 circa. Mentre Villa Minozzo ha perso circa 5mila abitanti, negli ultimi cinquanta-sessant'anni. Il conto complessivo - tra i sette Comuni che fanno parte dell'Unione dell'Appennino reggiano e Baiso, che rientra nell'Unione Tresinaro-Secchia per i legami col mondo ceramico ma che è pur sempre territorio di montagna - rivela che dei 58mila circa abitanti degli anni Cinquanta, oggi (gli ultimi dati sono al 31 dicembre scorso) ne sono rimasti circa 36.600. Una riduzione importante, difficilmente reversibile, carica di conseguenze.

(I dati relativi al 1981 sono da centimento Istat mentre quelli relativi al 2001 e al 2018 sono quelli della Provincia di Reggio)

(Dati al 31.12.2016, ditretto Castelnovo Monti)

(Dati al 31.12.2016, distretto di Castelnovo Monti)

LA RIFLESSIONE

«I motivi principali sono sostanzialmente due: le scarse nascite e il saldo migratorio negativo. Vuol dire che sono di più le persone che migrano di quelle che immigrano».A darci una lettura di quello che sta accadendo - per la verità non da ieri - nell'Appennino reggiano è la sociologa Ilaria Dall'Asta, che si occupa del coordinamento dei progetti della strategia nazionale Aree interne, per conto dei Comuni dell'Unione montana dell'Appennino reggiano e dell'Ausl.

«Principalmente, a spostarsi sono i giovani quando iniziano l'università, anche se studiano a Reggio. Poi, però, difficilmente tornano a investire le loro conoscenze sul territorio, perché trovano lavoro altrove - va avanti - L'immigrazione, poi, qui resta bassa. E il saldo comunque resta negativo, rispetto a chi emigra».Per conto dell'Unione montana la dottoressa Dall'Asta si è occupata anche dell'elaborazione dell'ultimo Piano di zona per la salute e il benessere sociale 2018-2020 (dal quale abbiano tratto spunto per i grafici di questa pagina, ndr): uno strumento programmatico che parte proprio dall'analisi del contesto sociale per la programmazione socio-sanitaria. E ci aiuta a capire da chi è composta oggi la popolazione dell'Appennino. E quali sono i trend, analizzando i dati del ventennio 1996-2016.Come quello sul saldo naturale, che è negativo e molto deciso in questo senso: nel periodo preso in esame i deceduti superano i nati vivi (tranne a Toano, che ha un saldo leggermente positivo). Il saldo migratorio, come si diceva, diventa negativo a partire dal 2012, determinando un costante spopolamento.

LE RIPERCUSSIONI

«Tutto questo ha una doppia ripercussione - fa notare la sociologa - La zona, pur essendo un'area interna, segue la legislazione nazionale, ciò richiede che ci si adegui agli standard nazionali per la sanità o la scuola. E se ci sono pochi bambini, alla fine devi chiudere. Si centralizzano i servizi, spesso togliendoli dalle frazioni, ma per le famiglie spesso vuol dire doversi spostare nei centri per portare i bambini all'asilo, facendosi almeno 15 chilometri di montagna. Quello del punto nascita, poi, è il fatto più eclatante, però anche quello della scuola è emblematico».

GLI ANZIANI

Un'altra conseguenza è l'invecchiamento della popolazione residente: la fascia tra i 60 ai 74 anni è la più numerosa (19%), a cui si aggiunge quella dei 75-89 anni (14%) e gli over 90 (2%). «L'invecchiamento della popolazione è un dato nazionale. Ma la presenza dei cosiddetti grandi anziani caratterizza le zone della montagna, per stile di vita, aria migliore, quindi maggiore aspettativa di vita» fa notare. Questo ha ripercussioni anche sul modelle famigliare: sono la maggior parte le famiglie formate da una persona (42%). «È vero che guardando i dati ciò che salta agli occhi sono il calo delle nascite, i tanti anziani e le difficoltà. Ma ci tengo a sottolineare che questo territorio ha anche tante risorse. E i fondi che stanno arrivando richiedono un grande lavoro, molte altre zone vi hanno rinunciato proprio per questo. Qui c'è un grande attaccamento alla montagna, tutti si stanno impegnando. È un investimento personale. Questo lo fa funzionare, diventando progetto pilota nazionale» conclude.