Ferrarini tra ritardi nei bilanci e via libera del commissario al piano

Reggio Emilia: faro sulla scarsa tempestività delle comunicazioni sui debiti. Agli obbligazionisti il 17,5%. Bartoli: il concordato è fattibile

REGGIO EMILIA. I milioni sfumati con le banche venete, i sopralluoghi nelle sedi estere, gli indirizzi dei trust inglesi e i conti delle casseforti in Lussemburgo, fino ai dettagli dei bilanci, passati dall’utile al profondo rosso per effetto dei concordati.

Il piano di salvataggio che si appresta ad essere sottoposto all’esame dei creditori, è la più grande operazione-verità sugli affari della famiglia e del gruppo Ferrarini. Seicento pagine di relazione in cui il commissario Bruno Bartoli mette a nudo e offre giudizi contabili sull’impero dei prosciutti finito in mano al gruppo valtellinese Pini, e che il commercialista reggiano ha indagato fino a recarsi ai confini del mondo commerciale dei Ferrarini per fare visita ai rami esteri e valutare sedi e personale, dal Ticino a Hong Kong. Un’analisi che si chiude con un parere favorevole sulla proposta concordataria dei Ferrarini, ma che non lesina giudizi sulla condotta dei debitori.

LA CONSAPEVOLEZZA Come ricostruito dal commissario giudiziale nominato dal tribunale, è alla fine del 2016 che iniziano a manifestarsi le prime avvisaglie delle tensioni che emergeranno nel 2017: Veneto Banca e la Popolare di Vicenza non rinnovano gli affidamenti già messi a disposizione della Ferrarini «determinando le prime gravi conseguenze sui rapporti con l’intero sistema bancario». Il commissario ha verificato «di quale consapevolezza potessero disporre i creditori».

Ma nel bilancio 2016, pubblicato nel luglio 2017, «non emergeva l’effettivo stato di difficoltà finanziaria e patrimoniale» scrive il commissario, per il quale «l’informazione fornita ai terzi in quella sede è risultata fuorviante, anche tenendo presente che le banche venete sono entrate in liquidazione coatta amministrativa il 25 giugno 2017 e quando il 10 luglio 2017 il consiglio di amministrazione di Ferrarini ha deliberato la proposta di bilancio al 31 dicembre 2016 non vi ha fatto cenno».

PROFONDO ROSSO Il bilancio 2016 è stato infatti l’ultimo chiuso in utile per 2,3 milioni di euro. Quello successivo crolla con un patrimonio che passa da +47 milioni a -108 milioni di euro, e un utile negativo per 156 milioni di euro, che conferma il rosso per altri 66 milioni anche nel bilancio 2018 per effetto della pulizia dei conti e delle svalutazioni alla luce del concordato. È anche vero, però, che la famiglia Ferrarini ha garantito personalmente diversi debiti verso banche e fornitori, cercando poi una via d’uscita. La crisi finanziaria in cui versava il gruppo è stata rappresentata adeguatamente quando è diventata una scelta «non più procrastinabile nel luglio 2018» secondo il commissario, ma «doveva essere assunta prima dell’accesso alla procedura di liquidazione coatta amministrativa delle banche venete», con effetti negativi anche sui patrimoni personali della famiglia, che aveva firmato fidejussioni milionarie per raddrizzare i conti dell’azienda.

RIMBORSI E VIA LIBERA Ai creditori Ferrarini riserva dei rimborsi risicati quando si tratta di chirografari come le banche venete, esposte per 25 milioni ma che verrebbero soddisfatte con una restituzione del 17,5% dei loro crediti. Stessa percentuale per altri istituti esposti per 34 milioni, gli obbligazionisti che hanno sottoscritto i due bond quotati da 30 e da 5,5 milioni. Ancora più risicati ai fornitori, esposti per 38 milioni e a cui viene proposto un rimborso del 10%. All’esame dei fatti, Bartoli ha infine valutato positivamente la fattibilità economica e finanziaria del piano presentato da Ferrarini visti i buoni risultati industriali e viste le condizioni capestro di un eventuale fallimento. —