Brescello, l'inchiesta Grimilde si allarga con indagati da Aemilia

Chiusa l’inchiesta su Francesco Grande Aracri e i suoi figli. Salgono a 85 gli indagati ora in attesa del possibile rinvio a giudizio

REGGIO EMILIA. L’imprenditore Omar Costi e il commercialista Donato Clausi, imputati di Aemilia, sono da poco stati indagati anche in Grimilde, inchiesta le cui indagini sono state chiuse in questi giorni, atto che precede un nuovo maxi processo di ’ndrangheta su Reggio Emilia. Si tratta infatti della recente indagine dell’antimafia di Bologna su Brescello, che vede al centro - con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso - Francesco Grande Aracri e i figli Salvatore e Paolo. Il fratello più anziano del boss Nicolino Grande Aracri è considerato il ras del clan della ’ndrangheta cutrese nella Bassa.

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La procura antimafia di Bologna ha quindi chiuso il cerchio con alcune esclusioni e ben 11 nuovi indagati in Grimilde, che ne conta ora 85 in totale, su molti dei quali dovrebbero giungere le richieste di rinvio a giudizio del pm Beatrice Ronchi. . L’inchiesta è rilevante perché Francesco Grande Aracri - per tutti Franco - è un esponenete “dormiente” della famiglia di ’ndrangheta, rimasto fuori dal calderone di Aemilia, poi arrestato nel giugno scorso con Grimilde, che lo ha messo fuori dalla villetta con piscina già confiscata dallo Stato nel quartiere ribattezzato dai vicini “Cutrello”.

Con i figli è una delle figure radicate nel paese di Peppone e Don Camillo, dove ha creato il quartier generale della sua famiglia allargata, parte della quale finita agli arresti a giugno (16 in totale le misure emesse dal gip di Bologna Alberto Ziroldi) o indagata insieme ad altri sodali e molte “teste di legno” reggiane, con sequestri di beni per 3 milioni di euro. Nel nuovo colpo assestato al clan dalla Squadra Mobile di Bologna con i colleghi di Reggio Emilia, Parma e Piacenza, è finito quindi il comune di Brescello, sciolto nel 2016 per infiltrazioni mafiose dopo le parole benevole spese dall’allora sindaco Marcello Coffrini (non indagato) proprio verso Franco Grande Aracri. Secondo gli investigatori i Grande Aracri della Bassa e i loro sodali sono responsabili a vario titolo di associazione di stampo mafioso, estorsione, tentata estorsione, trasferimento fraudolento di valori, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, danneggiamento e truffa aggravata.

Tra gli arrestati c’era anche il presidente del consiglio comunale di Piacenza Giuseppe Caruso (Fdi), funzionario dell’Agenzia delle Dogane, accusato di aver favorito una truffa a beneficio dell’organizzazione criminale per ottenere fondi dall’Unione Europea, e legato a Salvatore Grande Aracri, detto “il Calamaro”, ormai figura di spicco nella Bassa. Per il gip, Caruso è coinvolto per i suoi rapporti professionali. «Perché io ho mille amicizie, da tutte le parti, bancari, oleifici, industriali - diceva il politico parlando con un altro indagato mentre era intercettato nel 2015 - tutto quello che vuoi... quindi io so dove bussare...». E ancora, mentre parlava con il fratello Albino, anche lui arrestato: «Io con Salvatore (Grande Aracri, ndr) gli parlo chiaro, gli dico... Salvatò, non la dobbiamo affogare sta azienda, dobbiamo cercare di pigliare la minna e succhiare o no?». Il riferimento è alla “Riso Roncaia Spa”, azienda mantovana che si era rivolta all’organizzazione, finendo poi nelle sue grinfie e coinvolta in una presunta truffa su un finanziamento Agea. —

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