«La mia azienda non fu base per il delitto»

L’imprenditore Di Tinco nega che lì fu preparata la finta auto dell’Arma: «Sono sempre stato alla larga dalla ’ndrangheta»



Dopo il figlio, depone in aula il padre. E si parte sempre da un nodo non indifferente del processo in Assise.


Concordano le versioni di tre pentiti (Antonio Valerio, Giuseppe Giglio e Angelo Salvatore Cortese) su dove nel 1992 fu preparato l'agguato a Giuseppe Ruggiero, cioè che la Fiat Uno usata dai killer travestiti da carabinieri era stata nascosta e riverniciata come una vera «civetta» in un capannone di Cella, sulla via per Parma, di proprietà della famiglia Di Tinco che quindi, secondo l'accusa, avrebbe fornito la base logistica per l'omicidio di cui forse era anche all'oscuro. Francesco Di Tinco, 64 anni, proprietario dell'immobile, nega tutto, seppure con argomenti apparsi un po’ troppo sfumati sotto il peso delle domande incalzanti nel controesame del pm Beatrice Ronchi. L'imprenditore d’origine pugliese è attivo nel campo dell'edilizia fornendo servizi di movimento terra e noleggio di mezzi e furgoncini, mentre all'epoca dice che si occupava di riparazione dei radiatori di trattori e macchine agricole. Precisando che il suo non era un capannone, ma una ex stalla dove un'auto era perfino difficile farla entrare. «Non ho mai provato – dice il testimone chiamato dalla difesa – ma di solito le porte sono di un metro e 40». Di Tinco ammette tuttavia di averle allargate una volta comprato il capannone, intorno al 1991. Dei fatti che gli vengono attribuiti dice di non sapere «assolutamente nulla», nè potrebbe esservi stato coinvolto il figlio Gianbattista che «allora era un ragazzino di 16 anni, non contava niente». Il pm Ronchi chiede allora perché i pentiti parlino con precisione della sua officina. Con Valerio –spiega Di Tinco – c’era stato uno screzio: «Si era buttato anche lui nell'edilizia, non mi aveva saldato». Giglio e Cortese? «Non li ho mai conosciuti». Al pari dei Dragone e del boss Nicolino Grande Aracri «di lui avevo sentito parlate in tv». Solo rapporti di lavoro con i Sarcone, i Muto, Gaetano Blasco e Pasquale Brescia. Il pm sfodera allora un rapporto dei carabinieri su Grande Aracri relativo ad un servizio di osservazione in un ristorante a Cella detto dei «Papaniciari», gestito cioè da soggetti di Papanice (Crotone) e spesso utilizzato per gli incontri dal clan. Un locale a due passi da Di Tinco e la sua attività: i carabinieri ne individuano l'auto (una Mercedes 250) . Lui la spiega così: «Era l'unico bar del paese, dopo il lavoro andavo lì e poi me ne andavo». Respinge ogni accusa di collegamenti con il sodalizio ’ndranghetista emiliano. Nonostante, sempre il pm, gli ricordi: «Suo figlio non è sposato con Filomena Arabia, figlia di Giuseppe, fratello di Salvatore Arabia, ammazzato dalla ’ndrangheta?». La risposta: «Mi hanno educato a stare alla larga dal malaffare». —