La “Solidarietà Reggiana” contro droga e hikikomori

Impegno per prevenire l’isolamento dei ragazzi dovuto alla dipendenza dai social Cambio alla presidenza: don Giuseppe Dossetti succede all’avvocato Mazza

REGGIO EMILIA. Cambio della guardia alla presidenza della Fondazione “Solidarietà Reggiana”. Dopo aver svolto il ruolo per 15 anni (l’istituzione è nata nel 2004) all’avvocato Franco Mazza subentra don Giuseppe Dossetti che ne fu l’ispiratore. Alla Fondazione fanno riferimento gli Amici del Ceis (ideata nel 2000), l’Associazione di volontariato Servire l’Uomo (nata nel 1987) e quel Ceis che fu creato nel 1982 proprio da don Dossetti che ne è tuttora ispiratore e guida. Confermati nell’incarico la vice presidente Anna Fontana, i consiglieri Antonio Sidoli ed Eliseo Bertani, i revisori Anna Spaggiari, Mauro Menozzi ed Angelo Geminiani. Il passaggio di testimone risale a inizio novembre ma molti l’hanno appreso alla cena benefica promossa da Boorea verso cui la Fondazione ha manifestato profonda riconoscenza a conferma che la solidarietà non conosce differenze di colore, confine, pensiero, ideologia; chi aiuta chi ne ha bisogno merita l’apprezzamento di tutti. . Boorea a suo tempo si è fatta carico delle risorse (ben 150 mila euro) necessarie a completare la costruzione della “Casa Aperta” di via Codro che si dedica alla prevenzione, nei giovani, di comportamenti illogici e dannosi.

«L’esperienza è stata molto interessante – ha affermato congedandosi l’avvocato Franco Mazza – e mi ha pienamente coinvolto. Il merito va ascritto a don Giuseppe ed ai preziosi collaboratori Boni, Sidoli, Stecco ed altri amici. Tutti insieme ci siamo assunti il compito di raccogliere, per solidarietà, 1 milione e mezzo di euro e la parte mancante ce l’ha assicurata proprio Boorea che ha spento il mutuo acceso per 4 anni.


Per me è stata una crescita professionale, spirituale, umana, che mi ha avvicinato ad un mondo che non conoscevo e mi ha arricchito. Ora ho ceduto volentieri le consegne a don Dossetti che sta facendo cose preziose per la città in particolare nel mondo della droga».

«Questo è un tema – ha precisato don Giuseppe – di cui si parla poco ma che purtroppo è sempre attuale. Lo si ricorda solo per fatti clamorosi. Temo stia crescendo la rassegnazione. La prima cosa da fare è non rassegnarsi e combattere il sentimento dell’impotenza. A partire dalla famiglia che è la prima vittima. Per trent’anni, ogni mercoledì, nella sede Ceis ho tenuto incontri con i familiari e con chi si trova a contatto con un tossicodipendente e ciò che mi ha fatto più male è il racconto che i loro tentativi sono sempre falliti. La causa principale è l’isolamento. Il genitore che vuol salvare suo figlio è disposto a tutto ma nulla funziona se non si è circondati dalla solidarietà e dall’affetto di chi ha vissuto analoghe esperienze. È necessario entrare in un gruppo di persone che cercano la stessa strada e confrontarsi con chi ha già vissuto l’esperienza. Ricordando che non esistono droghe “buone” o leggere: tutte danno dipendenza. Paradossalmente sui pacchetti di sigarette c’è scritto che il fumo fa male e invece le “canne” vengono assolte e qualcuno azzarda che sono curative. Invece sono pericolose e incidono sul cervello, possono portare, specie i più giovani, a fenomeni psicotici. Il primo segnale è il calo di rendimento scolastico, la perdita di concentrazione».

Esistono anche altre dipendenze?

«Sì, quelle che non derivano da sostanze ma da comportamenti. Come il gioco, quelle sessuali, da internet. Oggi la novità è hikikomori.

La parola è giapponese perché è in Giappone che il fenomeno è stato studiato. Indica i ragazzi che si ritirano nella loro stanza e non ne escono più. Comunicano con altri che trovano sui social ma non hanno più vita, amicizia, lavoro. Anche in questo caso suggeriamo l’ingresso in gruppi per aiutarsi a vicenda».

In questi anni la sua Fondazione ha collaborato o promosso eventi importanti: libri, conferenze, preghiere. Ma che rapporto c’è con la lotta alla droga?

«Sono tutte iniziative preziose e sono molto grato all’avvocato Mazza e alla sua vicepresidente Anna Fontana Boni per ciò che hanno fatto. Il problema non è la droga ma la persona. Una persona matura, capace di relazioni buone, che abbia un fondamento spirituale, un ideale per cui vivere, non si droga.

Oggi questi due amici e gli altri membri del Consiglio hanno voluto che io prendessi la responsabilità della Fondazione. Questo forse corrisponde ad una mia evoluzione personale, visto che, pur restandone responsabile, ormai non sono più nell’impegno diretto di gestione del Ceis.

Dare a una comunità, quella della nostra provincia, un contributo per allargare la mente e il cuore, per vivere la passione educativa, per far crescere una mentalità di pace e di solidarietà, è un compito al quale cercherò sempre di adempiere». —

Luigi Vinceti

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