Intervista al partigiano Germano Nicolini, che oggi compie 100 anni: «Non volevo diventare un personaggio»

Nella sua casa di Correggio ripercorre le tappe di una vita, la sua, che non esita a definire drammatica: «A quel vescovo serviva il giovane sindaco comunista, e così rimasi vittima di una macchinazione orribile»

Il partigiano Diavolo compie cento anni: "La Resistenza ha unito le forze produttive del Paese"

REGGIO EMILIA. «Io non volevo diventare un personaggio, non lo volevo. Ho avuto una vita drammatica ma non me la sono andata a cercare». Quasi si scusa, il Diavolo, per il suo secolo di vita così incredibilmente vissuta.

Oggi lo festeggeranno tutti Germano Nicolini. E tutti dovrebbero celebrare tutte le vite vissute da quest’uomo: il giovane sindaco di Correggio, l’ufficiale dell’esercitoregio, al Dievel, il comandante partigiano che rischiò la vita nelle campagne di Fosdondo o in quelle tra Mandrio e Carpi, la medaglia d’argento al valor militare, l’uomo ingiustamente accusato, condannato e incarcerato da innocente, il padre che ha pianto la morte di una figlia, il dirigente cooperativo che voleva che l’operaio e il dirigente cercassero insieme il modo di stare meglio tutti.

Il partigiano Nicolini compie cento anni, la festa in casa del comandante Diavolo



E infine il padre che oggi si ribella – fino alle lacrime – all’idea di un «figlio che vogliono incastrare con questa storia di Bibbiano...». Il figlio, Fausto, è accanto a lui e gli sorride: «Sta’ tranquillo, papà, che a me l’ergastolo non me lo danno...».

Prima di incontrare Germano, scambio due parole con il figlio: «Recentemente – dice sorridendo Fausto – noi parenti che ci diamo il cambio accanto a lui ci diciamo scherzando che urgono uditori nuovi», ovvero gente che non sappia ancora tutte le storie che quest’uomo di cent’anni porta con sè. È un baule immenso che si apre sempre davanti all’ingiustizia che ha cambiato per sempre la vita di quest’uomo-simbolo.

«Sarebbe bello – è la preghiera che Fausto mi rivolge prima che io resti a tu per tu con suo padre – che al di là della vicenda giudiziaria, uscisse l’uomo...».

Glielo prometto ma un attimo dopo sono già spalle al muro: «Sono arrivato a 100 – dice, e sembra davvero volersi giustificare – e non volevo diventare un personaggio. Quel vescovo (Beniamino Socche, ndr) ha fatto di me un personaggio, per via di quella orribile macchinazione ai miei danni: a loro servivo io, serviva il giovane sindaco di Correggio. Pensi che per me avevano votato anche diversi consiglieri della Dc...». Se non fosse stato per quella congiura del caso Don Pessina – Nicolini ne è convinto – nessuno oggi, a parte qualche amico partigiano ancora in vita o i suoi parenti, sarebbe qui a celebrarlo. E invece, la sua villetta di Correggio – dove due badanti lo accudiscono con un amore discreto e con la tenerezza di cui ha bisogno – è spesso meta di nuovi pellegrini che arrvano da tutta italia. O che gli scrivono, come quel poeta che gli ha dedicato dei versi, come si fa per gli eroi omerici. Tutti vogliono sentire la sua storia. E lui la dipana, spinto dai ricordi di una memoria selettiva ma anche no. Che tocca sì la storia della sua condanna e quindi della riabilitazione ancorché tardiva, ma si sofferma anche sulle altre pagine della sua vita.

«I giovani che mi chiedono della Resistenza – dice – sono molto attratti dall’aspetto militare. Ma in realtà tutti sappiamo che quello fu un aspetto marginale della Liberazione. Tutti sappiamo che da soli, senza l’apporto degli Alleati, i partigiani non ce l’avrebbero fatta a liberare il Paese». Non sta sminuendo nulla, Germano, anzi: «Seicentoquaranta. Sono 640 i cippi che nella nostra provincia ricordano chi ha perso la vita contro il nazifascismo. E solo a Correggio e nelle campagne intorno ce ne sono 48. E avrebbe potuto esserci anche il suo, se non fosse stato, ad esempio per Angiolino Morselli che sacrificò la sua vita, permettendo a un Diavolo ferito di salvarsi. Ogni volta che, in occasioni di celebrazioni dell’Anpi e altre occasioni si appunta sul petto la medaglia d’argento con il nastro azzurro, Germano si commuove pensando al partigiano Pippo che quel giorno gli salvò la vita.

Ma se davvero la Resistenza reggiana non è stata solo operazioni militari, allora cos’è stata? Qual è stato il suo valore aggiunto? Cosa c’è nello scrigno che le mani magre e piene di artrosi di quest’uomo ci porgono.

«Il grande merito della Resistenza – dice – è stato quello di mettere insieme le diverse anime del popolo produttivo imprenditori e lavoratori. Non a caso, i padri costituenti hanno voluto dirlo subito, all’inizio della nostra Carta, che “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”».

Ecco, l’altro capitolo del libro del Diavolo che si apre senza che tu sfogli le pagine: basta il vento dei ricordi e te lo ritrovi davanti, il piccolo Germano, lui e la sua famiglia di mezzadri: nove figli da tirar sù per papà Vincenzo e mamma Isabella. E sentendo Germano parlarne, ti sembra che siano lì accanto a lui: «Mio padre, grande lavoratore, con il pallino del commercio: investiva quel che guadagnava per comprare biolche di terra. E alla fine queste biolche rendevano. Stavamo bene, noi ...».

Ogni tanto il racconto si interrompe e il figlio Fausto – che finge di essere distratto da piccoli gesti alle sue spalle, come rimettere a posto i volumi di una libreria – lo aiuta a riprendere il filo. “Stavi raccontando di quando papà aveva messo sù un po’ di terra”. «Grazie, nano» gli dice tenero prima di tornare al suo discorso.

Germano ripete più volte questo concetto: «Stavamo bene». Sembra, sulle prime, voglia giustificarsi. In realtà questo è il concetto che sta alla base di quella che sarà, da lì in poi, la sua visione del mondo: «Questo – dice sorridendo – devo averlo preso da mia mamma. Lei ha fatto tutti i lavori: la mondina, l’operaia, la serva. E forse proprio per questo vissuto, per lei dovevano star bene tutti, altrimenti il suo benessere non valeva nulla. Ricordo che il sabato chiamava i nostri mezzadri in casa e preparava un sacchetto con cose da mangiare: “Portalo a casa – diceva a ognuno di loro – e passa una buona domenica con tua moglie e i tuoi figli”».

Ecco – penso, mentre ascolto il Diavolo – perché se si pratica la giustizia e poi si subisce la più atroce delle ingiustizie dopo è più difficile dimenticare. Così è stato Germano per tutta la sua vita. Prima da partigiano e poi da dirigente cooperativo.

«Il 22 aprile 1945 – ricorda Nicolini – tra Mandrio e Carpi abbiamo uno scontro con tedeschi in fuga. Facciamo dei prigionieri che alla fine dividono con noi una specie di trincea, un grande fossato. Finiti gli scontri, arrivano delle contadine del posto, ci portano delle uova. Io ordino loro di darne anche ai tedeschi nostri prigionieri. Loro mi guardano stupite. Ma io non ho dubbi: quei ragazzi non hanno nemmeno 18 anni, e nei loro occhi vedo ancora il terrore. Ricordo che quando li consegnammo agli alleati, alcuni di loro non volevano staccarsi da me».

«Sempre in quei giorni – ricorda ancora il comandante Diavolo – portammo l’assalto alla Casa del Fascio di Correggio. E dentro trovai un quaderno, una sorta di libro mastro: erano segnate le entrate per la causa fascista. Offerte alle squadre d’azione fascista, c’era scritto. Accanto alla cifra, c’era il nome della ditta o degli imprenditori della zona che avevano contribuito. Li chiamai uno a uno. “Cosa vogliamo fare?”, chiesi a ognuno di loro. E li convinsi così a finanziare con gli stessi importi, la Casa del Reduce e del Mutilato, che decisi di aprire appena fui eletto sindaco ».

Del resto, quando Nicolini ancora oggi si definisce “togliattiano” pensa proprio alle prime mosse di Togliatti nell’immediato dopoguerra. «C’era in me – ricorda – la consapevolezza che la situazione poteva rivelarsi davvero esplosiva. E non a caso l’idea dell’amnistia io l’ho condivisa fin da subito e, anzi, ho cercato di declinarla anche in ambito locale, essendo fermamente convinto che dopo aver combattuto per mesi gli uni contro gli altri era giunto il momento di cominciare a parlarsi...». Il paradosso è evidente: anche se la pacificazione, oltre mezzo secolo dopo è ancora lontana, lui – il Partigiano centenario – non ha mai smesso di crederci.

Invero il senso della giustizia non l’abbandonò anche dopo, finita la guerra, tornato in libertà e intrapreso il ruolo di dirigente della Coop: «Ero stato chiamato a far parte di una commissione nazionale che aveva in qualche modo il compito di vigilare che i principi cooperativi non venissero traditi».

In realtà , questa è la versione di Germano. Con ogni probabilità, il partito comunista aveva pensato a questa sorta di onorificenza attiva per un personaggio del suo calibro. Che peraltro doveva ancora avere giustizia. Ma lui, Germano, non la prese così: «Andai a lavorare in tutti i reparti, tranne quello dell’informatica perché non ci capivo nulla. Negli altri lavorai come un dipendente qualunque perché volevo rendermi conto di persona delle condizioni di lavoro degli operai, area per area, settore per settore. Ovviamente, qualcuno che mi diceva ma chi te lo fa fare l’ho trovato. Ma non mi sono mai fermato. Così come non ho mai smesso di oppormi agli aumenti dei dirigenti. E finché io sono rimasto al mio posto non ci sono stati».

Poi la storia (della cooperazione ma non solo) ha preso un’altra strada, approfittando anche del fatto che Nicolni nel frattempo doveva fare i conti con le tempeste della vita. Come quella che lo colpì da ragazzino, la febbre maltese che lo costrinse ad abbandonare la seconda liceo classico. «Poi, quando guarì dalla Brucellosi soffrivo molto nel vedere che i miei compagni si erano già diplomati, così presi lezioni private: 40 centesimi l’ora poi mi iscrissi alla Bocconi, perché ero affascinato dall’economia. Venni arrestato mentre dovevo ancora laurearmi. In carcere ad Ancona avrei potuto laurearmi ma non lo feci. Fu un grande errore. Perché la laurea è importante e dire dottor Nicolini non è la stessa cosa che dire Nicolini e basta».

Nel libro della vita , alla voce “rimpianti”, Nicolini ha posto per queste cose e altre meno importanti. Poi ci sono le ferite, quelle vere, di un padre a cui il destino ha riservato anche la più terribile delle condanne, quella di dover seppellire una figlia. Gli chiedo se pensa a Riccarda, la figlia che lui non vide nascere perché tre giorni prima era finito in carcere per il delitto che non aveva commesso, ma che poi ha visto morire, nel 2007. E lui si blocca di colpo, il viso fa una smorfia, chiude gli occhi, china il capo e piange. «Lei mi fa – dice in un un singhiozzo – lei mi fa una domanda che...». Il Diavolo è sovrastato dall’emozione. Gli prendo la mano, gli chiedo scusa. A poco a poco gli torna il sorriso.

«A volte – dice Fausto – le due signore che lo assistono lo trovano così, con i palmi delle mani rivolti verso l’alto e gli occhi chiusi. Dice che la mamma Isabella lo sta venendo a prendere. È pronto».

È sicuro che in paradiso, che in paradiso ritroverà chi ha amato. E non incrocerà lo sguardo di quel vescovo che lo ha fatto diventare un personaggio mentre lui avrebbe voluto soltanto laurearsi alla Bocconi e migliorare un po’ quel mondo che si ostina – vivaddio – a non lasciarlo andare, tanto è prezioso quel baule di memorie che si porta sulle spalle. A 100 anni compiuti oggi.

Tanti auguri e grazie di tutto, Diavolo.