Clan, la battaglia legale del nipote del boss

Paolo Grande Aracri è in cella a Frosinone, ma la Cassazione mette in discussione la misura restrittiva e si torna al Riesame 



Per il momento i fari mediatici sono spenti sull’operazione antimafia Grimilde, contrassegnata da 76 indagati (13 vivono a Brescello) fra cui 16 raggiunti da una misura restrittiva (13 in carcere e 3 agli arresti domiciliari).


Un silenzio che però non coincide con gli accertamenti della squadra mobile – coordinati dal pm Beatrice Ronchi della Dda di Bologna – che continuano incessanti, per non parlare della “battaglia” sulle misure cautelari che in questi mesi è approdata ben al di là del tribunale di Reggio Emilia. Dal clamoroso blitz alle prime luci dell’alba del 25 giugno scorso è apparso chiaro che gli investigatori ritengono nucleo-chiave ’ndranghetista di quest’inchiesta tre esponenti dei Grande Aracri che vivono a Brescello: il 65enne Francesco Grande Aracri (fratello del boss Nicolino che da tempo è inchiodato nel carcere dell’Opera di Milano sulla scia di pesanti condanne) e i figli Salvatore detto “il Calamaro” (40 anni) e Paolo (29 anni). Da allora non sono più usciti di cella, ma se per Francesco e Salvatore i ricorsi sulla misura restrittiva appaiono chiusi (il padre è arrivato, senza esito, sino in Cassazione), del tutto diversa è la posizione di Paolo Grande Aracri che ha ancora aperto uno “spiraglio”. Difeso dagli avvocati Carmine Curatolo e Sabrina Mannarino, il 29enne non si è fermato al “no” del Riesame di Bologna, impugnando in Cassazione e di recente la Suprema Corte ha annullato il provvedimento dell’organo bolognese, rimandando la querelle giudiziaria al Riesame stesso. Tecnicamente un “annullamento con rinvio” che riporterà la discussione sulle accuse a Paolo Grande Aracri, cioè l’associazione mafiosa e l’intestazione fittizia di quote societarie. Una situazione comunque intricata, perché il giovane d’origine cutrese nipote del boss – da oltre quattro mesi in carcere a Frosinone – ha subìto un nuovo arresto, insieme al 28enne Manuel Conte, per associazione mafiosa finalizzata all’estorsione e all’intestazione fittizia di beni. Secondo quanto ricostruito dalla Dda, la vicenda risale agli ultimi mesi del 2017 e all’inizio del 2018, quando Grande Aracri e Conte sono venuti in contatto con il titolare di un bar che, in difficoltà economiche, voleva vendere. I due avrebbero costretto il proprietario a cedere il bar a loro per una cifra irrisoria (10mila euro mai corrisposti), intestando il locale a un prestanome e costringendo il 40enne a sottostare a tutte le loro richieste: ad accontentarsi di diventare un dipendente (mai retribuito), a continue richieste di denaro, a picchiarlo davanti a terzi, a fare ordinativi a suo nome lasciando una scia di debiti.

Finché il poveretto, in rovina e finito all’ospedale, è uscito dall’incubo. Anche in questo caso Paolo, tramite i difensori, ha fatto ricorso al Riesame (che l’ha mantenuto dentro) ed ora pende il ricorso in Cassazione. —