Ora l’Ictus si cura a distanza grazie a pc e telecamere

L'Irccs Santa Maria Nuova di Reggio Emilia si conferma all'avanguardia. A Guastalla il Telestroke, che a fine anno arriverà anche a Castelnovo Monti, ha consentito di soccorrere tempestivamente una donna colpita da ischemia

REGGIO EMILIA. Il tempo è denaro, diceva Bacone, ignaro di quanto sarebbe diventata importante questa categoria della fisica per la nostra vita nel suo complesso, compresa la nostra stessa sopravvivenza. Se il tempo è denaro in genere, in medicina può essere addirittura vita. Pensiamo alla prevenzione nella lotta ai tumori, dove una diagnosi fatta in tempo rende più efficaci le terapie. Ma soprattutto pensiamo a tutte quelle patologie improvvise, come l’infarto e l’ictus cerebrale, in cui intervenendo nel giusto modo e tempestivamente si possono davvero salvare vite, limitando al minimo i danni che potrebbero essere arrecati da un evento così grave.

TECNOLOGIA IN AIUTO

Non a caso, la variante odierna del famosissimo detto del filosofo inglese è diventato lo slogan della campagna di prevenzione: “Time is Brain”. A Reggio Emilia è operativo da alcune settimane e ha già salvato la vita a una donna, l’avveniristico sistema Telestroke, che consente di iniziare il soccorso di una persona che presenti i sintomi di una ischemia cerebrale senza dover aspettare che il paziente raggiunga il centro neurologico più vicino.


Invero, in un mondo ideale, ogni ospedale avrebbe 24 ore su 24 tutti gli specialisti a disposizione. Ma la realtà è diversa, e parla – ad esempio – di distanze da coprire e di specialisti (in questo caso parliamo di medici neurologi) che scarseggiano. Ecco allora che diventa fondamentale riuscire a fornire le prime cure al paziente colto da ictus laddove il paziente si trova. In altre parole, il paziente viene “curato” da remoto, almeno nella prima parte dell'insorgere dell’evento. «Tutte le linee guida scientifiche – spiega Franco Valzania, primario di Neurologia dell’Azienda Ospedaliera Irccs Santa Maria Nuova – che la terapia trombolitica è efficace solo entro le prime 4 ore e mezzo dal momento in cui si manifestano i primi sintomi. E allo stesso modo, all’interno di questo lasso di tempo, è importante agire il prima possibile: è stato dimostrato che intervenendo nei primi 90 minuti dall’insorgere dei sintomi, un paziente su 4 sopravvive senza conseguenze. La percentuale però si abbassa in fretta e di brutto: passata la prima ora e mezza, sopravvive solo un paziente su 10 senza riportare danni. Per la restante parte dei pazienti, lo spettro delle possibilità prevede danni permanenti e in una percentuale variabile, anche la morte.

«Uno degli aspetti che maggiormente rende difficile agire con tempestività riguarda gli eventi per i quali non è possibile stabilire quando l’ictus abbia manifestato i primi sintomi. Tanti eventi di questo tipo – spiega Valzania – si verificano quando il paziente dorme e quando si sveglia è impossibile stabilire a quando risale l’insorgenza dell’ictus».

Così, spesso si è costretti a intervenire con una trombectomia.

Soltanto da questi dati si capisce l’importanza di questa dotazione tecnologica che l’Ausl ha deciso di adottare, calandola sul sistema sanitario provinciale, su un territorio in cui le distanze mettono spesso a dura prova il modello “hub & spoke”, ovvero quello che mette il Santa Maria Nuova al centro (Hub) di un sistema di ospedali periferici (Spoke). E le distanze – che non mancano, in una provincia che va da Ramiseto fino a Luzzara – si coprivano fino a poche settimane fa con corse in ambulanza nel traffico o voli in elicottero, meteo permettendo.

I NUMERI

Nella nostra provincia, l’incidenza di questa patologia è pari a 168 casi ogni centomila abitanti: tradotto, sul nostro territorio provinciale si registrano ogni anno circa 800/900 casi di ictus ischemico. Attualmente, a Reggio solo il 15% dei casi di ischemia può essere trattato con la fibrinolisi, ovvero l’infusione di un farmaco che scioglie il trombo che ostruisce il vaso sanguigno. L’obiettivo che si pone questo sistema è di portare la percentuale di interventi con fibrinolisi al 25% dei casi, «… e questo si può fare soltanto intervenendo tempestivamente», sottolinea il primario di Neurologia del Santa Maria Nuova.

IL SISTEMA

Il sistema Telestroke adottato a Reggio Emilia – con un investimento in tecnologia che si aggira sui 70mila euro – ha nella nostra regione un solo “antesignano”, adottato anni fa a Modena per collegarsi con l’ospedale periferico di Pavullo nel Frignano. Un sistema che si basava su un collegamento via Skype tra il pronto soccorso periferico e il centro neurologico di riferimento. Nel caso del sistema già entrato in funzione a Guastalla e prossimo all’avvio, entro l’anno, al Sant’Anna di Castelnovo Monti, la tecnologia è decisamente più all’avanguardia.

I due ospedali periferici – Guastalla e Castelnovo Monti – sono dotati di una telecamera la cui “regia” è comunque sempre a Reggio, dove vi è 24 ore su 24 un medico della neurologia sempre in servizio.

IL PRIMO CASO

Il caso della donna di Guastalla curata per prima con il Telestroke è utile a spiegare come funziona.

Un paio di settimane fa, una donna di 79 anni comincia improvvisamente ad accusare i sintomi classici dell’Ictus. La fortuna vuole che con lei ci sia la figlia che comincia a notare che qualcosa, nella mamma, non va: fatica a parlare, e più passano i minuti e più non riesce a farsi capire con le parole. Non solo: la donna perde gradualmente forza agli arti: la figlia se ne accorge e decide di portare la mamma all’ospedale di Guastalla. Al Triage, capiscono di cosa potrebbe trattarsi e che quindi non c’è tempo da perdere, allertano il Santa Maria Nuova e il medico della neurologia si mette alla consolle, accende il monitor e si collega con l’ospedale di Guastalla, dove la donna è con il personale del pronto soccorso e con la figlia. A quel punto è come se il medico e la paziente fossero nello stesso ambulatorio. La visita si svolge con tutti gli strumenti tecnologici del Telestroke: il neurologo orienta la telecamera e questo gli consente di accertarsi delle condizioni della paziente, di parlare con lei e di intervistare la figlia. Informazioni fondamentali per “datare” l’insorgere dell’ictus e per decidere la terapia.

A quel punto il neurologo – l’unico professionista che può prendere questa decisione – realizza che il trombo che ha chiuso il vaso sanguigno può essere sciolto con la fibrinolisi e dà il via libera all’infusione, che a quel punto viene fatta dall’infermiere che, a Guastalla è sempre stato a fianco della paziente. Con l’ago della flebo infilato nel braccio, la donna è stata poi trasportata in sicurezza in ambulanza a Reggio Emilia, al Santa Maria Nuova dove, quando è arrivata, doveva ancora terminare la somministrazione del liquido che scioglie il trombo.

Dopo alcuni giorni di degenza al Santa Maria Nuova, la settantanovenne è stata poi riportata all’ospedale di Guastalla per una convalescenza più tranquilla e soprattutto più agevole per i parenti che le vogliono stare accanto e con i quali può scambiare due chiacchiere, avendo ritrovato la parola.

«Al di là della tecnologia – spiega in ultima analisi il dottor Valzania – questa innovazione è importante anche per i nostri professionisti che, in questo modo, compiono un salto di crescita enorme».—

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