Il boss Grande Aracri insiste «Manuzza? Non sono io»

Durante l’udienza per gli omicidi del 1992, l’imputato chiede la parola dal carcere Come nel 2015 afferma: «Quel nomignolo riferito a un altro, è scritto negli atti»



Nicolino Grande Aracri non ne vuole sapere di essere chiamato “manuzza”. Nemmeno “mano di gomma”. Non perché non gli piaccia in sè per sè, «ma perché non sono io quella persona».


Come dire, quindi, che colui che viene indicato tramite quel nome, considerato mandante di reati di alto calibro, non è lui bensì un’altra persona. «Mi dovete scusare – ha detto ieri ossequioso come sempre, collegandosi dal carcere milanese di Opera durante il processo che lo vede imputato quale mandante dei due omicidi di mafia del 1992 a Reggio e Brescello – ma io devo intervenire per forza. Si insiste con questo nome, “manuzza, mano di gomma”... mi venne dato negli anni Novanta durante il processo Cane Rosso. Lo pronunciò Rocco Gualtieri durante un interrogatorio nel 1992, dicendo che gli era stato presentato Nicolino Grande Aracri. Ma non era vero. Non conoscendo il Gualtieri Rocco mi sentivo tirato in ballo con questo soprannome. Allora il presidente dell’assise fa un confronto con Gualtieri e gli chiede se mi conosce e lui dice “no, non lo conosco, non è lui colui di cui parlavo”. Voi questo confronto ce lo avete in questo processo negli atti».

Parla seduto, con un blocco accanto, inquadrato dalla telecamera che riproduce la sua immagine nell’aula di assise di Reggio, dove la giuria popolare ha già ascoltato i meticolosi accertamenti sulle dichiarazioni dei pentiti. Ricostruzioni fattte dal maresciallo Emidio D’Agostino del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Modena, già protagonista nel processo Aemilia. Parla di appartamenti, covi, di controlli sul territorio di cui il collaboratore Angelo Salvatore Cortese – grande accusatore di Grande Aracri – aveva riferito. Così come le girandola di macchine utilizzate, spesso di gran lusso, come la Lancia Thema Ferrari usata nel ’90 da Cortese ma che era di Raffaele Dragone, il figlio dell’allora boss di Cutro. Un’auto, per dire, che all’epoca usava anche Gianni Agnelli. Ma di tutte le circostanze rilevate, però, il boss annota sul suo foglio soprattutto la ricostruzione storica di quei soprannomi – fatta da D’Agostino – che non gli vanno proprio giù perché lo inchiodano a responsabilità e passaggi rilevanti in interrogatori e intercettazioni. Così riporta alla Corte tutti quelli che bolla come fraintendimenti, salvo la sfilza di reati riportati poco prima dal maresciallo. «Una volta parlarono di uno con la mano e del braccio sinistro paralizzato. Io ho una cicatrice sulla mano destra – dice – Un altro ha detto di aver parlato con un “manuzza” vicino alla cosca Dragone, ma non ero io».

Tutti errori giudiziari, secondo quanto ebbe già a dire nel 2015 dopo l’esplosione dell’inchiesta Aemilia. «Poi sono stato arrestato erroneamente per un processo a Milano nel 1987 per droga. Mi danno un nomignolo anche lì, “don Nicola” ma poi si rendono conto che non ero io. Poi sono stato arrestato per tentato omicidio quando c’era stato un conflitto a fuoco tra un poliziotto e dei pregiudicati. Io avevo solo soccorso il ferito: poi mi hanno assolto». —