’Ndrangheta a Reggio Emilia, la testimone intimidita in aula dal boss

«Grande Aracri l’ha querelata» e l’ex fidanzata di Sarcone si ammutolisce. Poi parla delle divise per l’agguato a Ruggiero

REGGIO EMILIA. Come si intimidisce un testimone: un film già visto in Aemilia. Stavolta però, al termine di un’udienza da tortura, il gioco non è riuscito. «Sì, quelle erano divise» (da carabiniere, destinate al delitto Ruggiero, ndr), ha confermato la 44enne ex fidanzata di Nicolino Sarcone alle 13, dopo ben 4 ore di una seduta infarcita di reticenze.

È quanto è andato in scena ieri in Assise nel procedimento sui due omicidi del 1992 – vittime Nicola Vasapollo a Reggio e Giuseppe Ruggiero a Brescello – con presunto mandante il boss Nicolino Grande Aracri, in videocollegamento dal carcere. Nel prosieguo della sfilata delle donne di ’ndrangheta ieri è toccato alla 44enne, all’epoca minorenne e fidanzata di un Sarcone non ancora signore di Villa Mannaia. A inizio udienza la testimone, che già aveva disertato la precedente convocazione (è stato necessario l’accompagnamento coattivo), ha appreso di essere stata denunciata da Grande Aracri. «Non lo sapevo. Perché mi ha denunciato?». «Ammesso che lo abbia fatto», ha chiosato scettico il presidente della Corte, invitando la teste a guardare lui e non il video.


Oltre al messaggio palese di avere l’attenzione del boss, c’è un sottinteso giuridico: quando un imputato querela un teste, quest’ultimo non è più considerato un testimone “puro” e può avvalersi della facoltà di non rispondere. Un’ultima possibilità di retrocedere. Difatti la donna, al pm della Dda Beatrice Ronchi che l’ha incalzata per avere conferma del verbale-chiave da lei reso nel 19 settembre 2017, ha opposto una sequela di «non so», «non ricordo», «ho rimediato un trauma cranico in un incidente che mi impedisce di ricordare». Per poi chiudersi a riccio nel mutismo. Il presidente: «Signora, lei è stata avvicinata da qualcuno?». «No. Ma ho paura di essere avvicinata, che qualcuno ce l’abbia con me perché ho raccontato queste cose e che mi possa fare del male. Non voglio più rispondere».

La partita è parsa finita. All’accusa non è rimasto che leggere il verbale: il racconto di quel viaggio in cuccetta notturna, fatto dalla coppia a ottobre 1992 da Crotone a Modena e poi Reggio Emilia, per consegnare un borsone nero (che Sarcone posiziona due scomparti più in là, andando a vedere di tanto in tanto: «Io avevo paura e mi misi a piangere, lui rispose di stare tranquilla, non era nostro ma di un amico»), l’arrivo a Modena 12 ore dopo, l’appartamento di Francesco Lamanna, l’apertura del borsone nero contenente «quattro o cinque pistole e fucili; cappelli con i gradi; alcune (al massimo quattro) divise blu con striscia rossa», il rientro lampo in Calabria. Il pm ha chiesto l’acquisizione del verbale all’esito della deposizione rimasta in sospeso e, nonostante l’opposizione delle difese, la Corte ha autorizzato.

È a questo punto, durante il controesame della 44enne da parte dei legali difensori al fine di screditarne la credibilità, che la donna a poco a poco si è sciolta: e ha mostrato, benché appesantita dai dolori – «assumo Prozac e altri psicofarmaci ogni giorno da 15 anni, per curare la depressione e gli attacchi di panico che mi assalgono da quando mio figlio è stato dato in adozione» – una memoria di ferro. A distanza di 27 anni la donna ha rievocato la gioventù passata tra i criminali (dopo Sarcone, è stata l’amante di Lamanna): «In quell’appartamento c’erano, oltre a Sarcone e Grande Aracri, Francesco Lamanna, Antonio Macrì e Rosario Sorrentino. Ero tranquilla, ma non del tutto». Il boss Grande Aracri conosciuto «in un bar a Cutro, me lo presentò Sarcone. L’ho visto poche volte. L’ultima anni dopo, a Genova, dove andai con Lamanna. Nicolino era in compagnia di una certa Mery, mai vista prima: noi due andammo a fare shopping», lasciando gli uomini a parlare d’affari.