Estorsione in odor di mafia, Manuel Conte nega

Interrogatorio di garanzia: il 28enne, accusato assieme a Paolo Grande Aracri, si dichiara estraneo alle violenze sul barista



Ha affermato di conoscere il barista 40enne che lo accusa, ma ha negato con forza di aver mai usato minacce e violenze nei suoi confronti. Ha negato su tutta la linea, Manuel Conte, 28 anni, originario di Viadana (Mantova) e residente a Brescello, raggiunto l’altro giorno da una misura cautelare in carcere assieme a Paolo Grande Aracri, 29 anni, figlio di Francesco e nipote del boss Nicolino. La Direzione distrettuale antimafia di Bologna, approfondendo un episodio contenuto nell’operazione Grimilde del giugno scorso – per la quale Grande Aracri è detenuto e Conte era ai domiciliari, prima di queste nuove imputazioni – ha ricostruito come la ’ndrangheta dell’enclave brescellese avesse messo le mani su un bar di Parma, inducendo l’ex proprietario a vendere il locale ad una “testa di legno” e a diventarne dipendente: non pagato, picchiato con schiaffi e pugni, terrorizzato e ridotto ad un “bancomat” della ’ndrangheta, secondo l’accusa. Ad incastrare i due, oltre ai riscontri documentali e a varie testimonianze, c’è il racconto della vittima, finito agli atti: il 40enne si è deciso a vuotare il sacco a distanza di mesi da quel Natale 2017 quando conobbe i due diventandone succube. «Per questa vicenda Conte è accusato di estorsione e intestazione fittizia di beni con l’aggravante del metodo mafioso, ma non di associazione mafiosa tout court: non è ritenuto un associato o un affiliato», ha precisato l’avvocato difensore Stefano Vigna del Foro di Mantova. Ieri mattina, in tribunale a Reggio Emilia, si è svolto l’interrogatorio di garanzia delegato dal gip Alberto Ziroldi, che ha firmato l’ordinanza esaudendo le richieste del pm della Dda Beatrice Ronchi.


Nell’udienza, tesa a raccogliere la versione dell’imputato, «il mio assistito ha risposto alle domande e fornito una ricostruzione dei fatti circostanziata, precisa e puntuale», ha proseguito il suo legale. In sostanza il 28enne ha sostenuto di non comprendere perché il barista – che lui conosceva per essere stato per breve tempo dipendente del locale con regolare busta paga – gli rivolga accuse così pesanti, e si è dichiarato del tutto estraneo agli addebiti.

Il rapporto con Paolo Grande Aracri – i due sono ritenuti dagli inquirenti complici nell’affare e con una perfetta intesa: Conte con il ruolo del cattivo e Grande Aracri del capo che supervisionava e interveniva solo in caso di necessità – non è stato oggetto di domande. «Se la Dda vorrà ascoltarlo, il mio cliente è disponibile a rispondere a qualsiasi quesito», ha sottolineato l’avvocato Vigna.

L’udienza reggiana si è conclusa con un verbale che ha preso atto della versione dell’imputato e che sarà trasmesso a Bologna per competenza. La difesa ha preannunciato che «nei tempi e nei modi opportuni chiederemo la revoca della misura cautelare», proponendo per Conte un’alternativa all’attuale detenzione nel carcere della Pulce, dove è stato riaccompagnato dopo la seduta. «Il 28enne è un imbianchino e intende tornare presto al lavoro, come ha fatto fino ad oggi», ha concluso il difensore. —