Le mani della ’ndrangheta su un bar Arrestati il nipote del boss e un complice

Paolo Grande Aracri, figlio di Francesco, e Manuel Conte accusati di associazione mafiosa, estorsione e intestazione fittizia



Si sarebbero “intromessi” nella compravendita di un bar in centro a Parma e, forti dell’appartenenza alla cosca ’ndranghetista emiliana dei Grande Aracri, avrebbero costretto, con vessazioni psicologiche, minacce e violenza, il titolare 40enne a diventare, suo malgrado, un “bancomat”. È quanto ha ricostruito la Squadra Mobile di Bologna, che ieri ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere – emessa dal gip di Bologna Alberto Ziroldi su richiesta del pm della Dda Beatrice Ronchi – nei confronti di Paolo Grande Aracri, 29enne residente a Brescello, figlio di Francesco e nipote del boss Nicolino, e di Manuel Conte, 28enne nato a Viadana e residente a Brescello, ritenuti appartenenti alla cosca ’ndranghetista guidata dalla famiglia Grande Aracri. Entrambi sono accusati di associazione mafiosa finalizzata all’estorsione e all’intestazione fittizia di beni. La misura ha raggiunto Paolo Grande Aracri in carcere, dov’è detenuto dal giugno scorso per l’Operazione Grimilde e già accusato di 416 bis (associazione di tipo mafioso), mentre si aggrava la posizione di Conte, finora ai domiciliari perché ritenuto un esecutore non intraneo. Indagati a piede libero un 46enne di Brescello (la “testa di legno”) e una consulente del lavoro 43enne parmigiana: figure compiacenti non secondarie nell’infiltrazione della ’ndrangheta nell’economia “sana”. L’indagine è nata dallo sviluppo di un singolo episodio dell’operazione Grimilde del 25 giugno scorso, che ha fatto scattare le manette per 16 persone in tutta l’Emilia, tra le quali Francesco Grande Aracri, 65enne fratello del boss Nicolino, e dei figli Salvatore e Paolo. Grazie all’analisi del materiale sequestrato nel corso delle perquisizioni (in particolare atti secondo i quali Grande Aracri e Conte figuravano come dipendenti di un locale) e grazie alle dichiarazioni di testimoni – in primis della vittima – è stata ricostruita nei dettagli la vicenda di un bar in centro a Parma, ritenuta esemplare della capacità di assoggettamento della ’ndrangheta.


La vicenda risale agli ultimi mesi del 2017 e all’inizio del 2018, quando Grande Aracri e Conte sono venuti in contatto con il titolare di un bar che, in difficoltà economiche, voleva vendere. I due avrebbero costretto il proprietario a cedere il bar a loro per una cifra irrisoria (10mila euro mai corrisposti), intestando il locale a un prestanome e costringendo il 40enne a sottostare a tutte le loro richieste: ad accontentarsi di diventare un dipendente (mai retribuito), a continue richieste di denaro, a picchiarlo davanti a terzi, a fare ordinativi a suo nome lasciando una scia di debiti. Finché il poveretto, in rovina e finito all’ospedale, è uscito dall’incubo. —