Le otto torri del Castellazzo Forse il più antico di tutta Italia

Dall’ultima campagna di scavi i resti del castello datato 850. L’archeologo Storchi: «Distrutto dal bisnonno di Matilde»



GATTATICO. I resti sono quelli di un castello risalente intorno all’anno 850, datazione che lo rende forse il più antico d’Italia. Questa è solo una delle peculiarità che caratterizzano l’area del Castellazzo, collocata nelle campagne di Taneto di Gattatico, in via Cesare Battisti. Nelle tre settimane di lavoro di questa quarta campagna in uno dei siti potenzialmente più importanti d’Italia, sono emerse ulteriori e significative novità. In questa zona gli scavi iniziarono alcuni anni fa su intuizione dell’archeologo reggiano Paolo Storchi – impegnato a individuare con precisione la posizione dell’antica Tannetum, un centro gallico divenuto in seguito un municipium romano che poi non sopravvisse alla crisi politica ed economica nel lungo periodo di passaggio fra antichità e Medioevo – che si accorse, con alcune foto dall’alto, di alcune singolari tracce sul terreno che lasciavano presagire la presenza di una pianta a forma rettangolare.


Negli anni scorsi, a poca distanza da qui, sempre le foto aeree testimoniarono la presenza di una traccia a forma ellittica perfettamente sovrapponibile all’anfiteatro di Roselle, in Toscana.

"Castellazzo, forse era il fortilizio più antico d'Italia"



IL CASTELLO

«Su questo sito – afferma Storchi – avevamo a disposizione già diversi dati e abbiamo deciso di concentrarci in particolare sullo scavo di una torre e dell’ingresso al castello. Di questo fortilizio, conosciuto da sempre appunto come il Castellazzo, è possibile vedere dall’alto 8 torri. L’importanza di questo sito, oltre che nella bellezza dei ritrovamenti, sta anche nella sua datazione: il castello risale infatti a un periodo nel quale non esistono castelli fatti così, esistono solo piccoli fortilizi fatti di fango e di legno. Qui c’era un vero e proprio castello che forse è il più antico d’Italia».

Paolo Storchi


Dal punto di vista strutturale siamo davanti a un edificio enorme. Solo la torre, ad esempio, misura 8 metri per 13, tutta l’area supera l’ettaro di ampiezza. In quello che era l’ingresso del castello si può notare una strada a tre corsie: un ciottolato un po’ rozzo, uno più raffinato e uno in terra battuta riservati, rispettivamente, a carri, cavalli e pedoni. L’ingresso guardava all’Enza, all’epoca considerato un’autostrada perché metteva in collegamento la zona con il mondo germanico e con Roma.

IL BISNONNO DI MATILDE
Non è semplice risalire anche a chi lo aveva costruito, ma l’archeologo reggiano fornisce una spiegazione dettagliata.



«Siamo in un periodo storico – aggiunge – in cui il Sacro Romano Impero voluto da Carlo Magno era in forte crisi. Il potere centrale era molto debole e probabilmente alcune famiglie che abitavano a Parma tentarono, alla luce di questo vuoto politico, di espandersi verso il Reggiano. Probabile che questo fortilizio sia proprio stato fatto da una di queste famiglie. È durato però pochissimo: da quanto abbiamo ritrovato è stato possibile stabilire che è andato distrutto e bruciato intorno all’anno 1000. Altra data, questa, molto significativa: è il periodo in cui Adalberto Atto, il bisnonno di Matilde di Canossa, inizia a imporsi. Ci sono segni inequivocabili che portano a dire che ha voluto distruggere il castello in maniera definitiva: le murature rasate testimoniano incendi prolungati».


I GIOCHI
Durante gli scavi sono state inoltre ritrovate 8 pedine da scacchi provenienti dall’Iran orientale, in un periodo in cui a scacchi potevano giocare solo principi, re e altissimi prelati. Negli scorsi scavi vennero rinvenute anche pedine da backgammon e da dama, sia in avorio che in osso. Insieme a queste, anche monete d’argento che risalgono ai tempi di re Ottone III, in coerenza con la datazione stabilita. —