«La Mafia? Spara meno ma sa come intimidire e si sta riorganizzando»

In tanti alla festa dell’Anpi per la presentazione del libro di Tiziano Soresina dedicato ad Aemilia, il grande processo contro l’ndrangheta al nord

GUASTALLA. «Gli articoli di giornale durano un giorno ma il libro resta». Così ha esordito Tiziano Soresina, cronista della Gazzetta di Reggio che sabato, nel corso della Festa Anpi al Gs Tagliata di Guastalla, ha presentato il libro “I mille giorni di Aemila” (Aliberti editore).

Ogni volta che il giornalista-scrittore Soresina presenta il suo libro nei vari incontri organizzati, sia a Reggio che fuori provincia, emergono sempre spunti nuovi e interessanti. Ma la cosa più importante è che a seguire queste presentazioni, c’è sempre più gente, segno di un grande risveglio delle coscienze civiche che vogliono capire il fenomeno e i meccanismi della criminalità organizzata.


«Quelle stesse “coscienze” come giornalisti e studenti – ha sottolineato Soresina – che gli indagati non volevano che assistessero alle udienze di “Aemilia” affinché non si parlasse di ’ndrangheta per non disturbare i loro loschi affari».

Dopo l’introduzione di Claudio Malaguti, presidente della sezione Anpi di Guastalla, che ha manifestato la propria solidarietà alla segretaria del Pd Rossana Gombia (presente fra il pubblico) per l’atto vandalico con tanto di svastiche della sua casa, e il breve saluto del sindaco Camilla Verona, che ha definito la lotta alla mafia la “nuova Resistenza”, l’incontro è entrato nel vivo con gli interventi di Jacopo Della Porta, giornalista della Gazzetta di Reggio, di Margherita Grassi di Telereggio e di Ermete Fiaccadori presidente provinciale dell’Anpi. Soresina, trattando fatti di cronaca giudiziaria e cronaca nera ha capito col tempo che stava diventando un cronista di mafia. «Mi sono accorto che ero spesso solo a scrivere di queste cose e, all’epoca, era anche piuttosto rischioso. Il processo Aemila mi ha fatto capire tante cose. Credo – ha aggiunto – che ci sia bisogno di sapere. Prima racconto i fatti e poi li analizzo». I vari interlocutori hanno condiviso il fatto che l’ndrangheta è riuscita a radicarsi in Emilia e in particolare nel Reggiano per atteggiamenti sbagliati della società: imprenditori che accettavano i “servizi” quali la fabbrica di fatture false per evadere Iva e tasse, nonché istituti di credito che concedevano finanziamenti a cinque sei cifre a presunti “faccendieri” con redditi da clochard.

«L’ndgrangheta spara poco, ma non è meno violenta – ha detto Soresina – perché sa come intimidire i testimoni. Al processo Aemila c’è pure stato un professionista che davanti ai pm non ha più voluto parlare perché “teneva famiglia”». Il fenomeno della mafia calabrese è stato sottovalutato fin dagli anni ’80 quando nel Reggiano sono arrivati boss al confino. Uno di questi a Montecavolo ha fatto del bar il suo quartier generale, tanto che qui, si riunì il “G7 dell’ndrangheta” senza che nessuno si sia accorto di nulla. «Sono stati fatti degli errori a più livelli – ha spiegato sempre Soresina – perché i fatti di cronaca che accadevano sembravano fini a se stessi mentre invece erano tutti collegati, come il racket delle escavazioni abusive dove, ha svelato un pentito, ci hanno guadagnato tutti». Il processo Aemila ha aperto le porte a nuove indagini. Il pentito Antonio Valerio ha dichiarato che la «storia non è finita». Fatti recenti sottendono a una riorganizzazione del clan dopo il colpo subito e con una possibile collaborazione con il clan dei casalesi. —

M.P.

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