Scandalo affidi, Paolo Crepet: «Il tribunale dei Minori deve essere rifondato drasticamente»

L’intervista al noto psichiatra: «La politica intera non deve fare comizi ma deve cambiare le cose che non funzionano» 

REGGIO EMILIA. Lo scandalo dei presunti affidi illeciti in Val d’Enza, gli interrogatori e gli elementi raccolti nell’ordinanza dell’inchiesta Angeli e Demoni e il martellante commentificio politico sulla vicenda hanno riportato all’ordine del giorno l’operato dei servizi sociali, dei tribunali del minori e la gestione dei contrasti familiari in presenza di bambini. Questi alcuni degli elementi chiave sui quali è intervenuto il celebre psichiatra Paolo Crepet senza, ribadisce con forza, «entrare nel merito della questione giudiziaria per rispetto dei minori, delle famiglie e dei magistrati che stanno lavorando».

Isoliamo ciascuna componente della vicenda degli affidi illeciti in Val d’Enza. Qual è il suo giudizio sulla Giustizia, ovvero il tribunale dei minori?


«Sono anni che dico che il tribunale dei Minori va rifondato drasticamente. La politica intera, chi c’è c’è, non deve fare comizi, deve cambiare le cose che non funzionano. Anzitutto i magistrati devono essere specialisti, che fanno nella vita solo quello, non puoi avere una persona che ha fatto fallimentare, poi frodi alimentari e poi il tribunale dei Minori. Essendo la psicologia la materia fondamentale per quel mestiere, più ancora del diritto minorile strettamente inteso, è del tutto evidente che chiunque voglia lavorare in quel mondo debba averla nel suo curriculum formativo. Quando non è così è chiaro che un magistrato in carenza di formazione deve delegare a un mondo vario di periti e controperiti che il giudice stesso non è in grado di giudicare nella loro qualità. Deve fidarsi. Normalmente ci si fida di persone conosciute, e non è una garanzia per nessuno. Ma c’è anche un secondo punto».

Quale?

«Chi paga e come vengono pagate le perizie di ufficio? Se lo Stato può permettersi solo un rimborso poco più che simbolico è evidente che il grande professionista non collaborerà con quei tribunali, ma ci saranno tutte persone di fresca formazione e di poca esperienza, con la necessaria parentesi di eccezioni meravigliose che ho conosciuto io stesso. Se c’è un arbitrato alla Volkswagen saranno chiamati periti iper pagati, perché sono in gioco miliardi. Ma vale di più un maggiolino o un bambino? Tornando alle competenze, si deve prevedere anche una formazione in corso d’opera e questo non vale solo per i magistrati ma per tutto il personale che lavora presso il tribunale dei Minori, dai periti agli assistenti sociali. Tutte queste figure devono continuare a formarsi e ci deve essere qualcuno al di sopra che possa in qualche modo validare queste procedure. Tutti possono sbagliare, ma se io faccio un errore in questi casi non creo solo un dolore, do un ergastolo al bambino che per tutto il resto della vita porterà quel dolore con sé».

Passiamo ora alla componente dei genitori a cui sono stati tolti i figli, tenendo ben presente che le storie e le cause sono spesso terribili e anche non conosciute.

«Conosco persone a cui avrei tolto domani mattina stessa un bambino, persone con curriculum da cocainomani, e invece sono state difese dai tribunali. È tutto molto aleatorio, non c’è un parametro, c’è chi dice che a un genitore biologico non deve essere tolto un figlio nemmeno se è il più lurido dei mafiosi e chi dice che questo deve essere fatta. Io credo che un bambino non debba nascere e crescere in un ambiente dove ci sono droghe, pistole, malaffare, ma dico anche che mi è capitato di essere dalla parte di una prostituta, una signora sola che non aveva altre possibilità e che non ha fatto mai mancare nulla alla figlia, e non parlo di cose materiali. Spesso si guarda al 740 per dare la patria potestà alla madre o al padre ma io, generalizzando, temo più i miliardari che le persone meno abbienti. Tutto in sostanza dipende dai motivi per cui vengono tolti i bambini».

Ovvero?

«Se sono motivi materiali io mi vergogno di essere italiano, ma molte volte il motivo è proprio questo. Se invece è una questione di altra natura, padre e madre si accoltellano eccetera, allora sì che vedo motivi validi. Mi viene in mente il caso di una mamma e una nonna che lasciavano il figlioletto in una gabbia quando uscivano, fu un caso che andò sui giornali di tutta Italia e fui sommerso dalle critiche quando dissi di prendere quel bambino. È una questione non di miseria, ma di miseria morale».

Che ne pensa invece degli operatori sociali, degli assistenti, degli psicologi, cioè della componente che opera fra il disagio, il bambino e la giustizia?

«Gli assistenti sociali fanno un lavoro straordinario, in alcuni casi sono oberati di ogni cosa. Immagini cosa vuol dire esserlo a Scampia o in certi quartieri di Bari, Milano o Torino dove ci sono casi sociali di ogni genere: madri bambine, madri abbandonate, madri sotto ricatto. Faccia conto che spesso ci sono due o tre assistenti sociali che devono provvedere a 60mila persone. Ma in un Paese come l’Italia del 2019 è possibile che gli unici risparmi li fai sui servizi per la povera gente? È un’idiozia politica, io penso che la gran parte dei politici non sappiano cosa succede e cosa vuol dire un giorno in un tribunale dei minori. E, sia chiaro, io non me la prendo con chi opera lì dentro, sto dicendo come aiutare queste persone partendo dalla consapevolezza che hanno un compito enormemente superiore alle loro forze e ai loro salari. Non hanno uno yacht nel più vicino porto turistico».

Altra componente è quella politica, che si è infilata in modo prepotente nella vicenda in se stessa e nelle cronache.

«Io dico una cosa molto semplice: giù le mani dai bambini. Ma non vale solo per i professionisti che si approfittano di certe situazioni, e se è avvenuto massima severità, ma anche per la politica. I politici hanno molto da fare, piuttosto che un ministro degli Interni io a Bibbiano avrei visto più volentieri quello della Giustizia. Andare lì e usare questa tragedia come occasione per affidare, domani mattina, a degli studiosi di provatissima esperienza il compito di riformare radicalmente tribunale dei Minori e dintorni. Se poi c’è chi va a fare comizi sulla tragedia rabbrividisco per la quinta volta in questa intervista, e rabbrividisco ancor di più per chi gli applaude. Quello che mi meraviglia è la gente che acclama tutto questo, che ha perso la razionalità. Anche perché, in questa comunità della Val d’Enza, davvero nessuno sapeva? Lasciamo stare i responsabili diretti, di loro si occupano i magistrati, io parlo di una colpa morale che è quella di sapere e di aver taciuto per campanilismo, perché conosci la zia, un vecchio vizio italiano. Non vorrei che tra chi è andato a spellarsi le mani davanti al ministro di turno ci fosse anche qualcuno che sapeva ma è stato zitto, e questo mi fa orrore. Chi sa avrebbe dovuto intervenire, parlare con i sindaci, con il prete, con qualcuno perché non è possibile che una società civile come quella reggiana, dove è nata la pedagogia contemporanea, conviva con questo inferno».

Ultimo soggetto è la gente, la società. Che cosa sta succedendo. Lei ce l’ha una soluzione che liberi i bambini, innanzitutto?

«Anzitutto abbassare i toni, tutti, ad esempio trasformare la tragedia in cose da fare, come sto facendo io. Ma lei si immagini un bambino se oggi fosse un giorno di scuola, davvero pensa che non farebbe delle domande sulla vicenda affidi dopo che l’ha sentito in casa e in televisione? È in grado un insegnante di scuola elementare di dare delle risposte per proteggere i bambini colpiti da questa cosa terrificante e tutti gli altri minori della comunità? La scuola si è interrogata su tutto ciò o spera che a settembre il clamore sia finito e facciamo finta di niente in maniera pilatesca, come ci piace tanto? Faccio un appello ai dirigenti scolastici della zona, a Reggio Children, a tutti gli operatori pubblici e privati della scuola d’infanzia perché questa vicenda non finisca nel dimenticatoio. Chiedo a voce alta che Reggio Emilia sia luogo di riflessioni e riforme per cambiare le cose. Reggio sia capitale di un ripensamento su ciò che avviene nell’infanzia, inquisita e non».