«Biogas, solo critiche senza fondamento»

Grosso, docente universitario e collaboratore di Iren, sul funzionamento dell’impianto di Gavassa a tecnologia anaerobica



Continua ad essere al centro dell’attenzione il dibattito sull’impianto biogas di Gavassa. In seguito alla “trattorata” organizzata lo scorso sabato da parte del Comitato Salute e Ambiente, il tema è ritornato ad essere sulla bocca di tutti, e non mancano opinioni pro e contro la realizzazione del grande impianto. Sul tema interviene Mario Grosso, professore del Politecnico di Milano docente del corso denominato “Gestione e trattamento dei rifiuti solidi”.


Il docente, che è uno dei pochi ricercatori italiani ad occuparsi di questo ambito, collabora come esterno con Iren su questioni riguardanti questo tipo di rifiuti.

«Il tema del trattamento dell’organico è molto importante in Italia – spiega il professore – soprattutto in termini di massa. Abbiamo una storia molto all’avanguardia sul territorio nazionale con tassi di crescita molto sostenuti. Si parla di circa sei, sette tonnellate di rifiuto organico raccolto ogni anno in Italia. Questo materiale viene trattato con processi biologici, ovvero con tecnologie che simulano in maniera rapida e controllata processi che avvengono in natura».

processo aerobico

Le tecnologie oggi permettono due tipi di processi: quello aerobico e quello anaerobico. «Storicamente, il primo processo cui ci si è affidati è quello di compostaggio, che è un processo aerobico. Questo prevede di arieggiare, per così dire, per circa novanta giorni il materiale, ovvero il rifiuto solido. In questo modo esso perde di massa e diventa un terriccio che si chiama compost, il quale può essere poi usato in agricoltura. Affinché il compost possa essere impiegato in questo modo, deve seguire degli standard di qualità molto restrittivi, che prevedono norme precise riguardo sia il modo in cui il rifiuto viene smaltito sia il tipo di materiale da smaltire. Tuttavia, gli impianti che adottano la tecnologia aerobica presentano alcune problematiche importanti. In primo luogo, l’odore: non è una questione da sottovalutare, perché l’odore emesso da un impianto di questo tipo può essere davvero insopportabile per le persone. Lo testimoniano alcuni casi critici in Italia, tra questi quello dell’impianto di Albairate in provincia di Milano di cui mi sono occupato. Esistono alcuni tipi di biofiltro che permettono di ridurne l’impatto, ma spesso non sono abbastanza efficaci».

«Il secondo problema – prosegue il professore – è il tipo di materiale che esce da questo tipo di impianti. Questa questione è legata anche alla sostenibilità economica della centrale stessa. Il concetto è questo: l’impianto guadagna sulla base di quanti rifiuti entrano. Il compost che viene prodotto può anche essere venduto ma non è da qui che vengono le entrate che permettono all’impianto di sopravvivere. Centrali di questo tipo sono quindi sul filo del rasoio da un punto di vista economico».

processo anaerobico

Alternativa alla tecnologia aerobica, è quella anaerobica. È quest’ultima ad essere stata scelta nel progetto dell’impianto biogas di Gavassa. Essa, spiega il professore, è emersa nel corso del tempo come evoluzione del primo tipo di tecnologia, al fine di ovviare alle problematiche appena elencate. «Le questioni di cui ho parlato hanno portato allo sviluppo di tecnologie alternative, come quella anaerobica. Qui il rifiuto viene tenuto in contenitori chiusi, dove non gira aria. Il materiale quindi fermenta e da lì si produce gas metano. In questo modo non vengono rilasciati odori, e il primo grande problema può considerarsi risolto. Inoltre, il gas può essere sfruttato normalmente: il metano, di tutti i combustibili fossili, è il meno sporco, per così dire. E questo tipo di gas metano non è nemmeno fossile, perché viene prodotto a partire dal rifiuto. Il gas può quindi essere venduto e utilizzato normalmente, e questo processo fornisce ulteriori entrate per l’impianto».

«Passiamo al secondo aspetto, quello del materiale che viene prodotto da questo tipo di impianto. Il rifiuto solido diventa infatti un “digestato”. Questo digestato viene poi lavorato per diventare a sua volta compost. Le lavorazioni necessarie sono quindi due, e solo la prima avviene con tecnologia anaerobica. Il secondo processo, quello che trasforma il digestato in compost, è un processo di tipo aerobico, come quello visto in precedenza».

le critiche

«Il fatto che, secondo alcune persone, il digestato sia dannoso o potenzialmente tossico, è privo di qualunque fondamento. Ai livelli attuali delle conoscenze scientifiche e delle normative italiane ed europee, che sono di fatto già molto stringenti, non sussistono problemi di alcun tipo. Dal mio punto di vista, questa protesta sembra molto strumentale e solo di tipo politico».

Molti agricoltori lamentano però il fatto che il compost prodotto sia dannoso per la produzione di Parmigiano Reggiano.

«Sulle questioni più strettamente legate all’agricoltura – prosegue il professore – non avendo io le conoscenze di un agronomo, non mi sento di scendere in profondità nella questione. Tuttavia ho preso contatto con un mio collega esperto che mi ha garantito che, al livello delle conoscenze attuali, non sussiste alcun tipo di problema riguardo alla coltivazione con il compost prodotto dall’impianto».

«Sono le stesse normative europee a spingerci verso l’utilizzo di biocombustibili – conclude Grosso – e penso che questi impianti siano la soluzione migliore per una corretta produzione di gas metano. È come un ciclo: si parte dal rifiuto e si arriva fino al gas».—