Mafia nigeriana, il clan dei Maphite fra i partecipanti alla maxi rissa in stazione del 2015

Il vice capo e il soldato dell’organizzazione nigeriana protagonisti della guerriglia che sconvolse Reggio

REGGIO EMILIA. Il 6 settembre del 2015 è una data che molti reggiani non scorderanno mai. Quel giorno, in pieno pomeriggio, la zona della stazione venne messa a ferro e fuoco da una vera e propria guerriglia urbana fra almeno una trentina di nigeriani armati di spranghe, bastoni e martelli.



Il sangue a macchiare i marciapiedi, le urla di rabbia e terrore, i passanti barricati nei locali e la mobilitazione da guerra civile delle forze dell’ordine sconvolsero la città e segnarono un punto di svolta e un inasprimento nella lotta alla criminalità africana in quel quartiere. E adesso, resi pubblici i nomi degli indagati nell’operazione della Dda e dalla Mobile di Bologna contro la mafia nigeriana, si scopre che fra i protagonisti di quelle violenze c’erano anche membri dell’organizzazione Maphite.

La spiegazione ufficiale fornita dalla comunità nigeriana fu che, dietro quell’episodio, ci fosse di mezzo una donna, una certa Elisabeth, che il 5 settembre aveva chiesto aiuto alle forze dell’ordine perché il fidanzato – il connazionale 29enne Ehis Ughegele, fra gli otto che finirono sotto inchiesta – la stava maltrattando e si sentiva in pericolo.

Reggio Emilia, maxi rissa in pieno giorno tra extracomunitari



Botte che avrebbero indispettito la famiglia della donna a tal punto da organizzare la vendetta di domenica 6 settembre, in cui hanno finito per fronteggiarsi i familiari della giovane maltrattata e il fidanzato manesco affiancato da amici e conoscenti. Due fazioni, quindi, che si sarebbero combattute per una faida legata unicamente a una donna, una sorta di guerra di Troia nigeriana.

Una versione che non aveva convinto del tutto ma che non aveva trovato smentite credibili, almeno fino a qualche giorno fa. Dai nomi contenuti nell’indagine della Dda, infatti, emerge che fra gli stranieri che patteggiarono per quei crimini ci sono anche due dei fermati per il reato di associazione mafiosa, i Maphite “reggiani” Martins Bello ed Henry Adesotu Aghahowa, attuale vice-capo ed elemento di spicco a livello nazionale dell’organizzazione. Un nome che nelle 130 pagine di ordinanza che sintetizzano l’inchiesta Burning Flame compare spesso e che, altrettanto spesso, viene associato a ritrovi o conversazioni per decidere come muoversi nei conflitti con i clan rivali di nigeriani.



Non meno importante, per dare una nuova lettura a quanto accaduto il 6 settembre 2015, è la figura di Martins. Secondo gli inquirenti anche lui in passato aveva fatto parte del Coordinator in council (Consiglio dei Coordinatori, organo collegiale al quale è affidata la gestione operativa del clan a livello regionale) e, si legge, «si rapportava attivamente con altri membri dell’organizzazione, soprattutto con quelli aventi cariche apicali, che riferivano all’indagato le vicende più importanti della vita dell’associazione», specialmente «in riferimento agli scontri con la fazione avversa dei Vikings».

Non a caso anche lo stesso Martins partecipò «agli scontri con il cult (organizzazione, ndr) avverso verificatisi a Reggio Emilia ad agosto 2018», quelli di via Govi. Un soldato insomma, un uomo abituato alla violenza che svolgeva però anche altre funzioni. Secondo la Dda, infatti, il nigeriano «faceva parte dell’operazione Jazibel», nome che quasi certamente deriva dalla figura femminile di Gezabele, citata nell’Antico Testamento e tradotta in inglese con Jezebel, divorata dai cani e diventata sinonimo di “donna impudente”. Un nome scelto non a caso perché, tra i mafiosi dei Maphite così attenti alle simbologie, “l’operazione Jazibel” era il nome in codice per indicare quel ramo dell’associazione dedito alla gestione della prostituzione.

Il fatto che dietro la maxi rissa del 2015 ci fossero delle donne, quindi, potrebbe essere riletto dopo quattro anni non più come una questione di vendette, ma in una chiave completamente diversa.