Inchiesta affidi, il vescovo di Reggio Emilia: «Da anni la politica è salita sul carro di chi sostiene gli anti-famiglia»

Il vescovo Massimo Camisasca sull’inchiesta in Val D’Enza: «Come dice il Papa, l’abuso sui minori è un’opera satanica»

REGGIO EMILIA. «Mi permetta innanzitutto di rispondere a una domanda che lei non mi ha posto ma che sento necessario affrontare. La formulerei pressappoco così: “Come si permette lei vescovo di parlare in difesa dei bambini, quando la Chiesa ha sulle spalle il grosso dramma della pedofilia?”. Rispondo: sono angosciato da questi fatti, sono contento che la Chiesa ne abbia preso sempre più coscienza soprattutto ad opera dei due papi Benedetto e Francesco e stia operando con decisione per evitare, per quanto possibile, che anche un solo bambino venga violato. In particolare la Chiesa italiana ha consegnato proprio in questi giorni le linee guida per la prevenzione degli abusi sui minori che inizieremo subito ad attuare. Come ha detto una volta giustamente il Papa, l’abuso sui minori è un’opera satanica. Quando l’uomo si allontana da Dio non è solo Dio che scompare al suo sguardo. Scompare anche l’uomo».

Così il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, Massimo Camisasca, interviene su “Angeli e Demoni”, l’inchiesta sui presunti affidi illeciti che ha travolto la Val d’Enza.

Monsignor Camisasca, che idea si è fatto di questa inchiesta?

«Spetta naturalmente alla magistratura il compito di delineare fatti e responsabilità. Mi limito perciò a commentare ciò che ho letto nei giornali durante questi giorni. Ho avuto una stretta al cuore pensando ai bambini, gli esseri più deboli e più innocenti tra noi, che, invece di essere difesi, vengono manipolati, tolti alle loro famiglie, quando sembrerebbe non esserci necessità, spezzando così quel legame che costituisce il fondamento del progresso futuro della persona».

C’è chi sostiene che molti fatti emersi durante le indagini siano il risultato di una sorta di cultura “antifamiglia”. È quanto sembra lasciar intendere lei stesso in un’intervista rilasciata ad Avvenire, intitolata “Bimbi tolti? È cultura anti-famiglia”. È d’accordo con questa lettura?

«Sì. Avvenire nel suo titolo non ha fatto che raccogliere ciò che ho detto nella mia intervista. Le agenzie culturali ed economiche che guidano il nostro mondo preferiscono l’uomo solo, piuttosto che la famiglia. È facile intendere perché. L’uomo solo è più indifeso di fronte agli interessi giganti di chi vuole affermare prodotti di ogni tipo. È più indifeso di fronte alla tentazione dell’egoismo, del narcisismo, della chiusura in se stesso. La famiglia fondata sul dono reciproco dell’uomo alla donna e della donna all’uomo, è una grande scuola di educazione alla gioia, alla donazione, ma anche al sacrificio per il bene dell’altro».

Sulle pagine di Avvenire, lei ha parlato apertamente di una presenza negativa all'’interno della cultura Lgbt. A cosa si riferisce concretamente?

«Quando si parla di “famiglie” diverse dalla famiglia si mette in crisi una visione corretta di quello che è il nucleo fondamentale della società. Nel rispetto di tutti gli orientamenti sessuali e le differenti espressioni dell’amore vero, non è un vantaggio né per le persone né per la società contrabbandare per famiglia ciò che famiglia non è. Tutto ciò indebolisce anche la vita dei più piccoli, togliendo loro almeno una parte di quei riferimenti essenziali alla crescita psicologica e spirituale della persona che sono un padre e una madre».

Non crede che quanto emerge dalle indagini sia soprattutto una grande fragilità sociale delle famiglie d’origine? È stato fatto abbastanza? Cosa si può fare al riguardo?

«Sono d’accordo con la sua domanda. Come ho accennato la famiglia oggi è bombardata. Non è stato perciò assolutamente fatto abbastanza né da parte dello Stato né da parte della cultura e neppure da parte della Chiesa. Per quanto mi riguarda cerco di aiutare, soprattutto attraverso la visita pastorale, il costituirsi di piccole comunità di famiglie che possano essere accoglienti verso le altre famiglie soprattutto quelle giovani, quelle in difficoltà, quelle in crisi».

Di là dall’inchiesta, crede ci siano responsabilità politiche sulle difficoltà in cui versa l'istituto famiglia?

«Certamente, ma non solo a causa della mancanza di una politica per le famiglie, ma anche perché la politica è stata, soprattutto in questi ultimi 40 anni, assolutamente al carro di coloro che hanno sostenuto la cultura anti-famiglia. Da ultimo vorrei notare che esistono in Italia decine di istituzioni e migliaia di famiglie che svolgono un’accoglienza meritoria difficile e virtuosa nei confronti dei bambini a loro affidati. Le vicende di Reggio Emilia, come quelle della Bassa modenese di 20 anni fa, sono tragiche occasioni, ma per fortuna non possono oscurare il tanto bene che esiste in Italia nel campo dell’accoglienza dei minori».