Camorra, arrestato a Reggio Emilia un affiliato

Da tempo residente in città, è finito ai domiciliari al culmine del maxiblitz con nel mirino l’Alleanza di Secondigliano

REGGIO EMILIA. Un affiliato della camorra sarebbe stato di stanza da tempo a Reggio Emilia. Ma è finito nella rete del maxiblitz anticamorra della Procura di Napoli (coinvolti carabinieri, polizia, finanzieri e Dia) che ha eseguito – di recente – su tutto il territorio nazionale, oltre 100 provvedimenti cautelari a carico di appartenenti ai clan Contini, Mallardo e Licciardi che formano la cosiddetta “Alleanza di Secondigliano”. Per quanto concerne Reggio Emilia – complessivamente sono state emesse 126 misure cautelari (89 in carcere e 36 ai domiciliari nonché un divieto di dimora in Campania – si tratta di Paolo Di Martino che è accusato di essere un affiliato di uno dei tre clan egemoni a Napoli. Con precedenti penali, Di Martino è finito agli arresti domiciliari. Su quale sia la consistenza camorrista della sua presenza nella nostra città c’è uno stretto riserbo. Contattati dalla Gazzetta, gli avvocati difensori Federico De Belvis e Mattia Fontanesi si sono trincerati dietro un lapidario «no comment».

Parallelamente agli arresti, la Guardia di finanza ha sequestrato beni in tutta Italia (non è chiaro se anche nel Reggiano) per oltre 130 milioni di euro: aziende, auto, moto, una barca, abitazioni, società, attività commerciali e imprenditoriali, orologi di pregio e diamanti.


Secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti si trattava di di ampio spettro che non si «limitavano» al traffico e allo spaccio di cocaina e marijuana proveniente dal Sud America, via Olanda, grazie ai rapporti privilegiati e «cifrati» con la 'ndrangheta, in particolare con i Commisso di Siderno. Dalle indagini è emerso che i Contini gestivano anche tutte le attività di un noto ospedale di Napoli, il San Giovanni Bosco, diventato famoso per i casi di formiche nei reparti. Lì controllavano ogni aspetto, dalle assunzioni agli appalti, alle relazioni sindacali. Non solo. Con la complicità dei sanitari portavano avanti il fiorente business delle truffe assicurative, anche per altri clan. E se un paziente moriva, la camorra poteva farlo «resuscitare» sui documenti consentendo ai congiunti, per «soli» 500 euro, di poterselo portare a casa in ambulanza anzitempo.

Il capo della Procura di Napoli – Giovanni Melillo – ha anche sottolineato l'alto livello criminale dell' Alleanza di Secondigliano che nei «suoi» quartieri gestiva, parallelamente, anche l'ordine pubblico. Non c'è attività, imprenditoriale o commerciale, che non passasse per le loro mani. Anche l'ospitalità dei rifugiati. I Contini pretendevano 12 dei 41 euro che la Regione stanziava a un albergatore per l'accoglienza degli immigrati. In tutto il Paese gestivano aziende e negozi attraverso prestanome. La pervasività dei clan è anche rappresentata dalla rete di fiancheggiatori messa in piedi per contrastare le indagini grazie a una dipendente (messa ai domiciliari) del ministero della Giustizia. La donna, in servizio nell'ufficio gip di Napoli, nel 2014 ha avvertito il clan di un' imminente operazione anticamorra. —