Paolo Grande Aracri: «Valerio mi accusa? «Non lo conosco, voglio un confronto»

Interrogatori di garanzia, anche il padre Francesco prende posizione: «Voglio parlare davanti al gip che conosce gli atti»



Necessarie circa quattro ore di maratona giudiziaria – in tribunale – per gli interrogatori di garanzia legati agli arresti dell’operazione antimafia Grimilde.


E dopo una serie di «mi avvalgo della facoltà di non rispondere», una fase meno attendista arriva sul finire, cioè con gli ultimi due interrogatori. Il 65enne Francesco Grande Aracri – difeso dai legali Carmine Curatolo e Marco Terraciano – specifica che non intende sottrarsi alle domande del giudice (ieri era il gip Luca Ramponi, per delega del collega bolognese Alberto Ziroldi che ha firmato l’ordinanza di applicazione delle misure cautelari) ma vuole parlare con il magistrato giudicante che oltre all’ordinanza ha anche gli atti d’indagine alla base delle misure restrittive prese. In sintesi, risponderà solo alle domande del gip Ziroldi, quindi per il momento tace.

A ruota ha affrontato l’interrogatorio il figlio minore – cioè il 29enne Paolo Grande Aracri – che ha smentito di far parte di un’associazione mafiosa e di aver solo lavorato nella sua vita. Parla del padre Francesco e del cognome che porta: «È stato condannato in Edilpiovra e rispetto la sentenza, ma lui mi ha solo insegnato a lavorare. Chiamarsi Grande Aracri pesa, ho difficoltà a trovare lavoro». Nega attività illecite, rimarca che la conversazione intercettata con Alfonso Diletto (pure lui indagato e in carcere per scontare la condanna di Aemilia a 14 anni e 2 mesi di reclusione) riguardava solo un pagamento per un lavoro svolto. Infine – dopo circa un’ora di interrogatorio, difeso dai legali Carmine Curatolo e Andrea Marvasi – l’affondo sul pentito Antonio Valerio che l’accusa: «Voglio un confronto con lui, mai conosciuto». In precedenza il 39enne Salvatore Grande Aracri ha preferito non rispondere alle domande del gip (in questo caso Giovanni Ghini) come conferma, all’uscita dall’aula, l’avvocato difensore Giuseppe Migale Ranieri: «Una scelta difensiva dettata da diversi motivi, specie che non conosciamo gli atti a supporto della misura cautelare applicata. Più avanti, in fase di indagini, Salvatore potrà chiedere di essere interrogato. Il ricorso al Riesame? Valuteremo nelle prossime ore». Stesso copione “muto” l’annotiamo anche per Pascal Varano (sempre assistito da Migale Ranieri) , Domenico Spagnolo (difeso dall’avvocato Liborio Cataliotti) e Francesco Muto (classe 1967, tutelato dal legale Aniello Schettino).

Discorso diverso per Antonio Muto (classe 1971, condannato nel primo grado di Aemilia a 20 anni e 6 mesi, fra rito abbreviato e rito ordinario), perché non essendo stati ancora notificati gli atti, verrà interrogato solamente oggi e in carcere alla Pulce. Il 47enne è difeso dagli avvocati Natalia Branda e Luca Andrea Brezigar. A tutti gli interrogatori di garanzia ha presenziato il pm Beatrice Ronchi, titolare dell’inchiesta.

Un quadro-interrogatori quasi completo, visto che in carcere a Parma sono comparsi ieri – davanti al gip Alessandro Conti – Giuseppe Pino Strangio, Giuseppe Lazzarini e Claudio Bologna. Quest’ultimo, rispondendo per circa un’ora e mezza alle domande, ha negato su tutta la linea: «Dice che non ha mai partecipato ad attività illecite – spiega il difensore Andrea Marvasi – e si meraviglia per le contestazioni che gli vengono fatte».

Giovedì, intanto, il gip di Piacenza, su rogatoria del collega di Bologna, ha tenuto l'interrogatorio di garanzia. Sia Giuseppe Caruso che suo fratello Albino (anche lui arrestato nella stessa indagine) si sono entrambi avvalsi della facoltà di non rispondere. Caruso ha rassegnato ufficialmente le sue dimissioni da presidente del Consiglio comunale di Piacenza. —