Affare Oppido, blitz da oltre due milioni Sequestrati beni anche nel Reggiano

Per la Dia “costruita” una maxi truffa ai danni dello Stato Dalla sentenza fasulla ai soldi finiti in società straniere



Ammonta a circa 2,3 milioni di euro il valore dei beni messi sotto sequestro – ieri – dalla Direzione investigativa antimafia di Bologna, a carico di 10 indagati che vengono accusati di appartenenza alla ’ndrangheta. L’indagine è nata come sviluppo investigativo sul cosiddetto affare Oppido, emerso nel maxiprocesso Aemilia e consistente in sostanza in una maxi frode al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che sarebbe stata orchestrata dalla cosca operante in Emilia.


VERDETTO FASULLO

Nello specifico, sulla base di una sentenza falsificata che attestava un inesistente diritto risarcitorio, il Ministero accreditò a luglio del 2010 una somma di oltre due milioni (2.248.120,55 euro) a una società riconducibile alla famiglia Oppido, imprenditori edili calabresi da anni trapiantati nel Reggiano.

La sentenza taroccata viene descritta dagli inquirenti come “indicante il numero 2557 e la data del 10 luglio 2007, apparentemente emessa dalla Corte di appello di Napoli sezione I civile”.

Sentenza fasulla “notificata il 21 aprile 2010 alla parte apparentemente soccombente (cioè il Ministero), anche fornendo dati utili per la sua esecuzione”.

Un danno allo Stato che gli investigatori ricostruiscono con diversi passaggi: tratti in errore gli organismi tecnici e contabili ministeriali che disponevano il pagamento della maxi cifra alla “Oppido Gaetano srl” poi eseguito dalla Tesoreria provinciale dello Stato (sezione di Napoli) tramite la Banca d’Italia.

La truffa sarebbe stata ideata e proposta alla cosca da un faccendiere e avvocato napoletano (Renato De Simone). Il clan si era invece occupato di trovare l’azienda giusta per farla funzionare.

A svelare i retroscena della vicenda, invece, furono i collaboratori di giustizia del maxiprocesso Aemilia.

I SEQUESTRI

Le operazioni di perquisizione e sequestro di beni eseguite ieri si sono svolte nel Reggiano (Cadelbosco Sopra) e in Lombardia, Lazio, Campania e Calabria, con impiego di personale della Dia di Bologna, Firenze, Milano, Roma, Napoli e Catanzaro.

Parte del patrimonio di beni mobili, immobili e quote societarie sarebbe stato occultato attraverso “scatole” di società in Costa d’Avorio e in Inghilterra.

Durante il maxiprocesso il pm Beatrice Ronchi, sollecitato dal collegio giudicante, aveva inquadrato quest’incredibile vicenda: «La guardia di finanza di Modena stava facendo un approfondimento su una somma di due milioni di euro segnalata dal sistema bancario come operazione sospetta. In questo contesto cercano di ricostruire dove sono andati i soldi una volta che erano finiti nel conto corrente di una società. La cifra – aveva sottolineato il pm – ha preso varie strade ed è stata investita anche all’estero».

RICOSTRUZIONE IN AULA

«La Finanza stava facendo una indagine sua – aggiunge il pm Ronchi – ma non aveva la visione complessiva della vicenda, che abbiamo potuto comprendere nel momento in cui ci sono stati i collaboratori di giustizia. Il punto di incrocio è stata la ricerca di questo bonifico che ci ha portato a capire chi era la polizia giudiziaria che stava seguendo la cosa che non poteva capire». E secondo i due pentiti di Aemilia (Antonio Vlaerio e Salvatore Muto) dietro a questo sostanzioso affare vi sono altre figure professionali, ma anche il clan, con tanto di “sgarbi” fra esponenti di primo piano della cosca con epicentro a Reggio Emilia.

Spuntano riunioni a raffica, cene, soldi spariti, tradimenti, minacce di morte, botte: il tutto in odore di ’ndrangheta. —