Dal maxiprocesso Aemilia i fari sull’emergenza mafia

Nel libro del giornalista Tiziano Soresina non solo le 195 udienze nell’aula-bunker ma anche il rivelarsi, dagli anni ’80, di omicidi, affari loschi e frodi fiscali milionarie

REGGIO EMILIA. Il più imponente processo di ‘ndrangheta mai celebratosi al Nord.. I mille giorni di Aemilia raccontati in un libro senza fronzoli o commenti. Lo scorrere delle 195 udienze fornisce ordine ad un narrato giudiziario complesso che ha richiesto doverosi approfondimenti esplicativi. Scelto il ritmo di una scrittura senza sentimentalismi, né teoremi da difendere. Solo rigore e meticolosità.

La pubblicazione verrà presentata martedì 28 – alle 18.15 – nell’aula magna dell’Università di Modena e Reggio. L’incontro sarà moderato da Stefano Scansani, direttore della Gazzetta di Reggio. Prenderanno la parola il prorettore Riccardo Ferretti, Marco Mescolini (procuratore capo di Reggio Emilia e pm al maxiprocesso), Massimo Mezzetti (assessore regionale alla Legalità), Vittorio Mete (docente all’Università di Firenze) e infine l’autore del libro, cioè il giornalista Tiziano Soresina. Un incontro pubblico che coinciderà con l’uscita nelle librerie di tutt’Italia del volume “I mille giorni di Aemilia”. Successivamente il libro approderà anche in edicola come allegato dei giornali del Gruppo Gedi.

L’autore – Tiziano Soresina, giornalista della Gazzetta di Reggio – s’accosta a fatti e testimonianze, sentendo a volte il fiato mancare per l’enormità delle vicende che emergono. Cronaca giudiziaria che spesso ha “litigato” con i tempi impossibili delle tante udienze-fiume.

Due anni e mezzo che non sono certo “volati” via, anzi, la mastodontica macchina della giustizia messa in piedi a Reggio Emilia ha costretto ad uno sforzo non indifferente per entrare in sintonia con questo procedimento in cui la parola ‘ndrangheta è risuonata cupa ad ogni “tappa”. Il numero degli imputati e delle parti civili con al seguito un vero e proprio battaglione di avvocati, la valanga di testimoni, le migliaia e migliaia di pagine fra verbali e atti depositati: tutto è “maxi” ad Aemilia.

Tanti i taccuini riempiti. In testa, per sempre, alcuni “flash”: la sterminata aula-bunker, i tre ruvidi “gabbioni” per i detenuti, tensioni e polemiche senza sconti per nessuno (giudici, pm, avvocati, imputati, testimoni, giornalisti, persino studenti ed associazioni antimafia), l’irrompere deflagrante dei pentiti, il terrore che si materializza in diverse deposizioni, ma anche “pezzi” che non tornano su politica, colletti bianchi, imprese (sono in corso altre indagini?). Sempre accesi, in aula, i fari sull’inevitabile separazione processuale.

Da un lato i due pubblici ministeri che tessono la loro “tela” per dimostrare come un’organizzazione ‘ndranghetista operasse autonomamente e da tempo in Emilia (con epicentro nel Reggiano) grazie a connivenze fra crimine organizzato, società civile e tessuto economico. Dall’altro le controdeduzioni dei difensori, aggressive, delegittimanti, piene di distinguo, a caccia di contraddizioni per negare l’esistenza dell’associazione mafiosa. Poi è arrivata la sentenza, molto dura, da 1.223 anni di carcere. Certo, è il primo grado di giudizio. Siamo ancora nella fase doverosa dei presunti innocenti e della rilevanza penale tutt’altro che cristallizzata.

Questa pubblicazione però non è solo un diario, udienza per udienza. E’ anche tante altre cose. È il narrare – grazie ad un poderoso lavoro degli inquirenti, alle rivelazioni dei pentiti, al coraggio dimostrato da alcuni testimoni – di come si siano evoluti quarant’anni d’infiltrazione mafiosa nelle terre del Po. Un avanzare più o meno sottotraccia del clan Grande Aracri, affermatosi col tempo come vero e proprio radicamento dal fatturato spaventoso a danno dell’economia che opera nella legalità.

Un cancro che mangia anche il cuore del Nord, divenuto tutt’altro che una retrovia della ‘ndrangheta calabrese. Ed ecco che esce un quadro preciso di violenze, omicidi, droga, roghi dolosi, riti d’affiliazione, affari illeciti milionari, maxi frodi fiscali, riciclaggio, il mondo del lavoro calpestato, pezzi di società che “dialogano” con la criminalità organizzata.

Finalmente sotto i riflettori una “zona grigia” rivelatasi per nulla impermeabile. «Quando un’organizzazione mafiosa si fa sistema – scrive nella prefazione Giovanni Tizian, giornalista de L’Espresso da tempo sotto scorta perché minacciato di morte da boss calabresi – vuol dire che ha saputo costruire attorno alla cosca una rete di protezione estesa. Un network di personaggi insospettabili: professionisti, servitori dello Stato infedeli, politici, imprenditori, cittadini omertosi.

Ma significa anche che il metodo proposto dall’organizzazione ha trovato cittadinanza in alcuni settori dell’economia e del mercato». C’è pure il racconto di come si evolve, codice alla mano, un processo così complesso sul piano giuridico, con ricadute giurisprudenziali divenute di respiro nazionale.

Sul filone processuale dei riti abbreviati (sviluppatosi a Bologna) è già in gran parte giunta la severa decisione definitiva della Cassazione (riportata in appendice), mentre altri libri racconteranno l’evoluzione giudiziaria del maxiprocesso Aemilia in Appello e in Cassazione. Ma questi mille giorni non sono passati invano: la non conoscenza e sottovalutazione non abitano più qui.

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