«L’ascesa di Grande Aracri partì dai due delitti del ’92»

Valerio parla da fedelissimo di Nicolino: «Ha una mente criminale superiore» Poi descrive i delitti a Reggio Emilia nel 1998-99: «Non capivamo chi sparasse»



La faida di ’ndrangheta all’interno del clan – con Nicolino Grande Aracri all’assalto sanguinario della leadership di Antonio Dragone – da Cutro rimbalza anche al Reggiano.


Perché in Assise nella deposizione in videoconferenza del pentito Antonio Valerio – come sempre cruda e colorita al tempo stesso – è emerso ieri come i due delitti del 1992 (morirono Nicola Vasapollo a Reggio Emilia e Giuseppe Ruggiero a Brescello) si siano tramutati in un trampolino di lancio per l’ascesa di Nicolino. «Grande Aracri ha sempre avuto una mente criminale superiore – specifica con entusiasmo il collaboratore di giustizia – e se li è mangiati vivi tutti. Ho imparato molto da lui, ne ha scampate tante, è stato il mio maestro a cui sono stato sempre fedele». Valerio dice che a partire dal 1993 si cominciano a delineare gli schieramenti in carcere, dove molti protagonisti di quei cupi anni (culminati con l’omicidio di Antonio Dragone nel 2004) finiscono dentro per le più svariate inchieste. Il pentito cita come uno dei Ruggiero sospettasse il suo coinvolgimento nel delitto del parente a Brescello e in cella lo tenesse a distanza: «In carcere cucinavo, ai miei compaesani che erano dentro mandavo i tortelli d’erba, ma Ruggiero non li toccava e li buttava via». Poi entra nei fatti che insanguinarono Reggio Emilia nel biennio 1998-99, visti dalla parte di chi, come lui, si era già schierato con Grande Aracri: «C’era una pistola che sparava, ma non capivamo che mano armasse: l’omicidio del genero di Grande Aracri (Giuseppe Gesualdo Abramo), l’uccisione del nomade Oscar Truzzi, la bomba al bar Pendolino. Noi che dominiamo a Reggio Emilia, non sappiamo cosa sta accadendo. Solo dopo capiremo che si trattava di un quartetto». Drammatico poi il racconto di quando lo stesso Valerio diventò un bersaglio mobile il primo maggio ’99: «Quella sera al rientro a casa, stavo parcheggiando la mia Mercedes 300 quando dietro vedo una sagoma, è Paolo Bellini che mi spara. Reagisco puntandogli l’auto contro, ma vengo colpito da due proiettili in testa. Finisco con la faccia sull’asfalto e le gambe incastrate nella macchina che, avendo il cambio automatico, ha le ruote che continuano a girare e formano una buca di 50 centimetri». Valerio, per miracolo, si salverà. Sempre pungolato dalle domande del pm Beatrice Ronchi, il racconto del pentito va su altri omicidi, con particolari da brividi come nel caso dell’assassinio di Salvatore Arabia, parente dei Dragone che viveva a Reggio Emilia e venne freddato a Cutro nell’agosto 2002: «Quel giorno ero casualmente in ospedale a Crotone perché mio figlio non stava bene e sentii l’urlo che cacciarono i parenti di Arabia quando gli venne detto che era morto».

Finita la deposizione, nel pomeriggio è iniziato il controinterrogatorio da parte dei difensori dei quattro imputati. —