Il pianto di Valerio «Uccisero papà Ecco perché odio i Ruggiero»

L’infanzia del pentito fu sconvolta da quell’omicidio «La mafia ha cambiato drammaticamente la mia vita»



È ripreso di spalle, affondato nella poltrona, con sul tavolo dei fogli per prendere appunti: come già accaduto nell’aula-bunker di Aemilia, anche nel processo sui due delitti del 1992 tiene alla grande la scena il pentito Antonio Valerio. Parla in videocollegamento da una località segreta e la sua testimonianza viene seguita – in aula – dall’avvocato Civita Di Russo che lo tutela. Autoaccusatosi per l’omicidio di Giuseppe Ruggiero (indicando diversi complici) e già condannato con rito abbreviato a soli 8 anni di carcere (riconosciuta la collaborazione con la giustizia), Valerio entra minuziosamente nei dettagli – rispondendo per circa sei ore alle precise domande del pm Beatrice Ronchi – di una lunga storia ’ndranghetista che gronda sangue. E lo fa alla sua maniera, con il solito linguaggio colorito fatto di traggiri (così definisce i tragici raggiri), fil rouge (per sottolineare i legami fra varie vicende), soprannomi, cassetti della memoria aperti. Parlantina sciolta e tanta sicurezza che però s’incrina – e il pentito scoppia in lacrime – quando spiega come nell’infanzia si ritrovi orfano. Nel 1977 a Cutro viene ucciso il padre Luigi: gli spara in un occhio Rosario Ruggiero (padre della vittima del ’92), di professione falegname e soprannominato «Tre dita» per averne perse due in un infortunio sul lavoro. Racconta i motivi dell’omicidio: parla del fatto che il genitore avesse due donne contemporaneamente («Cosa che nella 'ndrangheta non si fa»), di uno sgarbo al boss emergente Antonio Dragone per cui non testimoniò in favore, di gelosie per il posto di lavoro (il padre trasportava persone su un pulmino dalla stazione e un membro della famiglia Ruggiero voleva rubargli il posto) e infine uno schiaffo «che da noi significa voler sottomettere» che Luigi sferrò al falegname. «Io e la mia famiglia eravamo terrorizzati da quell'uomo – rimarca – e io, orfano a 10 anni, sono rimasto a maturare la mia rabbia, il mio odio e il mio rancore». Poi, aggiunge: «Sono venuto a Reggio Emilia, ma con la ’ndrangheta la mia vita è cambiata drammaticamente». Una miccia innescata a cui segue, sempre in Calabria, un attentato allo zio di Valerio, compiuto nel 1987 dal falegname con il figlio Giuseppe. Il tempo non sopisce i rancori e la vendetta contro i Ruggiero arriva. Prima, nel 1989, viene ucciso Francesco Ruggiero (fratello della vittima di Brescello) poi a giugno del ’92, mentre Valerio sconta in carcere una condanna per droga, viene freddato anche “Tre dita”. A settembre tocca al fratello del falegname (Dragone Ruggiero muore a Cremona) e il 22 ottobre viene infine ucciso da un commando di killer travestiti da carabinieri, Giuseppe Ruggiero (sui particolari di questo delitto il pentito s’addentrerà nella prossima udienza).


In precedenza Guglielmo Battisti – dirigente della Mobile – ha fatto un quadro delle indagini (incrociando le rivelazioni dei pentiti Angelo Cortese e Antonio Valerio) ora sfociate nel processo. Analizzata una «enorme massa di informazioni» spulciando in vecchi fascicoli investigativi. Poi rimessi in fila gli elementi «dispersi nei rivoli» di svariati procedimenti giudiziari. Infine, per trovare riscontro alle dichiarazioni dei pentiti, hanno ascoltato nuovi testimoni, fatto sopralluoghi nei luoghi dei delitti (nel tempo cambiati), analizzato tabulati telefonici e intercettazioni, controllato su quali auto si muovevano all'epoca e da chi erano usate. —