Cristina Beretti sentita come testimone «Ho avuto paura, per me e per mio figlio»

Il presidente del tribunale racconta le telefonate e le visite ricevute, poi rivela: «Il don mi ha scritto una lettera di scuse»



La preoccupazione che montava per le allusioni ai detenuti di Aemilia e al figlio, il fastidio provato per quelle visite in tribunale e le due telefonate ricevute. Un po’ emozionata all’inizio, Cristina Beretti – nell’inedito ruolo di testimone che racconta come si sia sentita nel mirino di minacce – risponde con precisione a tutte le domande e ripercorre quei mesi non facili in cui da reggente del tribunale di Reggio si è ritrovata all’improvviso sotto scorta e con pensieri cupi per quello che le era accaduto nei contatti avuti con don Ercole Artoni («Non lo conoscevo, avevo solo mandato qualcuno agli arresti domiciliari nella sua comunità. In passato mi aveva mandato una mail per invitarmi a visitare la comunità, ma non ci sono mai andata»).


Il presidente del nostro tribunale specifica bene quali furono i momenti più difficili, inoltre rivela che don Ercole un mese fa le ha scritto una lunga lettera: «In sostanza il sacerdote dice di essere dispiaciuto per avermi creato dei dispiaceri, comunque questa lettera l’ho già consegnata alla polizia».

La prima grossa preoccupazione matura nel maggio-giugno 2017, quando don Artoni, accompagnato da don Fortunato Monelli («Lo conosco bene, è stato parroco di Collagna, mi ha sposato») entra nell’ufficio della Beretti in tribunale: «Mi disse che in carcere i detenuti parlavano di me, sia quelli comuni, sia quelli di Aemilia e quest’ultima cosa, essendo giudice a latere del processo, mi aveva turbato. Anche perché specificò che i detenuti ritenevano che io avessi molta influenza sugli altri giudici di Aemilia. Quando se ne andarono telefonai subito al colonnello Antonino Buda, al tempo comandante provinciale dei carabinieri, raccontandogli l’accaduto».

Più teso il secondo incontro, il 18 dicembre 2017, sempre in ufficio: «Don Artoni mi disse di stare attenta, di stare lontano dalle finestre dell’ufficio, e che in carcere sanno dove studia mio figlio. Un incontro sgradevole e in modo brusco lo feci uscire». Ma ci furono anche due telefonate, una dietro l’altra, sul numero di casa del magistrato: «Come abbia avuto il numero privato non lo so. Nella prima telefonata farfugliava, mi chiamava Giovanna, il tutto si chiuse in fretta. Poi ha ritelefonato, facendo una nuova allusione a mio figlio e a quel punto ho detto a don Artoni di non chiamarmi mai più!».

Nei due incontri in tribunale don Ercole ha sempre finito i suoi discorsi facendo riferimento al sequestro preventivo milionario dei beni di Aldo Ruffini (ora confiscati), ma solo per chiedere che venissero restituiti i beni intestati a Silvano Ferretti che per gli inquirenti è un prestanome dello stesso Ruffini: «Su questo punto era molto insistente – prosegue la testimone che ha presieduto i collegi espressisi su quei maxi sequestri – e ho avuto la sensazione che il sacerdote conoscesse da tempo Ferretti, che vi fosse un rapporto tra loro».

Pressata dagli avvocati difensori dei due imputati, la testimone dice di non sapere se vi fosse un collegamento fra i riferimenti ad Aemilia oltre che al figlio e quelle richieste insistite di dissequestro dei beni intestati a Ferretti: «Sto raccontando quello che è avvenuto – ribatte – e non so se le cose siano collegate, ma tutto ciò mi ha creato non poca preoccupazione». Don Ercole ha 88 anni e la difesa le chiede se il sacerdote le era sembrato lucido: «È una persona anziana, comunque l’unico momento in cui mi è apparso confuso è stato nella prima telefonata». La testimonianza è finita e Cristina Beretti lascia velocemente l’aula scortata dagli uomini della Digos. È un modo, anche questo, per cercare di mettersi alle spalle una storia come minimo sgradevole. —