Intervista a Ligabue il giorno dell’uscita del nuovo disco: «E schiacciamolo questo pulsante Start»

La paura di non tornare più a cantare, l’affetto esagerato dei suoi fan, la famiglia e gli amici sempre al primo posto. Il rocker si racconta in occasione dell’uscita dell’album: «Per me è sempre un nuovo inizio, dopo il 2017 ancora di più»

REGGIO EMILIA. «Io in questo mondo cammino come so. E mentre vado penso a quando torno e mentre torno penso a quando andrò». Ligabue è puntuale, un po’ affaticato per il duro lavoro (la vita da mediano continua...) ma come sempre sorridente. Una stretta di mano, «Eccoci qua».

Eccoci qua a parlare del suo 22esimo disco, il 12esimo di inediti, che si intitola “Start” e da oggi sarà disponibile nei negozi, in digital download e sulle piattaforme streaming.


Perché questo titolo? Cosa inizia con questo disco?

«Quanto tempo abbiamo? (si mette a ridere, ndr) perché di motivi ce ne sono davvero tantissimi. Intanto perché è un titolo un po’ sfacciato per uno che ha pubblicato 21 dischi prima di questo. E perché mostra una certa fiducia nel futuro, sembra quasi di buon auspicio. Poi perché io, in qualche modo, ogni volta che ho fatto un album ho sempre pensato fosse un inizio, non una ripartenza. Infine, beh, appena compongo le canzoni, chitarra e voce, subito dopo registro una demo. Ho un template per farlo, con numero fisso di chitarre, di tastiere... bene, questo template si chiama “Start”, l’ho chiamato così tanti anni fa, e quindi... schiacciamolo questo Start».

C’entra anche il 2017, un anno sicuramente non in discesa?

«C’entra eccome. È stato un anno davvero difficile: tante influenze che mi hanno costretto a spostare le date del tour, e che poi sono sfociate nell’operazione alla gola. Ho dovuto rimandare 32 concerti di 5 mesi, con la preoccupazione di non poter più cantare come prima, anche se tutti mi tranquillizzavano dicendo che la voce sarebbe diventata ancora più pulita (e così è stato, credo). Poi ho incontrato Federico Nardelli, questo bambino, io lo chiamo così perché è nato un anno prima dell’uscita del mio primo disco, che mi ha aiutato a incanalare tutta l’energia in questo album. Da tempo mi disinteresso delle etichette, quando si inizia a parlare seriamente di rock, di pop... finisce il divertimento, ma quello che posso dire è che in questo disco c’è un’energia importante. È un album essenziale, nella durata complessiva e anche nel numero delle canzoni, non ero mai sceso sotto le 11 prima d’ora. Anche questo lo devo a Nardelli, un ragazzo che nonostante l’età ha una consapevolezza e competenza enormi».

A proposito di giovani e di energia, nel brano “La cattiva strada” è Lenny, suo figlio, a suonare la batteria. È stato difficile lavorare insieme? È l’inizio di una collaborazione tra di voi o lui ha già trovato la sua strada?

«In quella canzone c’è una coda metal, molto aggressiva, che di solito non mi appartiene. Un’idea di Nardelli, che a un certo punto mi ha chiesto: “Secondo te chi può suonarlo questo pezzo?”. “Alla batteria mio figlio, senz’altro”, ho risposto subito. Ed ecco la batteria più pestona dell’album. Lavorare insieme non è stato difficile, direi molto emozionante. In questo momento Lenny sta frequentando la “Music academy” a Bologna per imparare a produrre dischi, è in quello che si vuole misurare. Ma non vuole perdere la speranza di fare il batterista. Ha davvero molto orecchio per i suoni, sono certo che ce la farà».

Di cosa parla “La cattiva compagnia”?

«Come ho fatto in “Vivo morto o X” c’è una certa giocosità su temi come il destino, i progetti divini, il karma, la sfiga. Perché io sono nato a Reggio Emilia nel pieno del boom economico, e non nel 1985 in Angola da una coppia di sieropositivi? Chi stabilisce questa cosa? E allora ecco che dico che c’è chi nasce fortunato, chi nasce e così sia, chi nasce rovesciato, chi fa solo acrobazie (cita il testo, ndr)... e oltre a tutto questo c’è chi è popolato di cattiva compagnia, una cattiva compagnia che abita dentro di te e ti fa vivere una vita piuttosto di un’altra, al di là di qualsiasi condizione in cui vieni a trovarti».

Un’altra “cattiva compagnia” è quella di cui parla in “Quello che mi fa la guerra”, o no?

«Certo, quello che mi fa la guerra sono sempre io. Penso di non essere l’unico ad avere questo problema, ma probabilmente molti non ne hanno la consapevolezza. Andiamo a scuola all’età di 5 anni e parte subito la competizione, veniamo educati all’idea di un successo che se non arriva crea frustrazione... Io mi ritengo fortunato, e molto, ma non sono continuativamente felice. La mia inquietudine non è genetica, perché i miei erano felici, e sono cresciuto in un ambiente sano e sereno. Davvero non so da dove venga questa cosa, ma non ho alcuna intenzione di farmi psicanalizzare (sorride, ndr): se fossi costantemente sereno non mi verrebbe da scrivere, quando uno sta bene non si preoccupa di fare altro. Se sto bene, esco».

“Io in questo mondo cammino come so” canta in una delle canzoni dell’album. È un po’ la sua filosofia di vita?

«Credo sia quella di tutti... no? Magari nel tempo si cambia modo di camminare, ma è sempre un cammino personale, che ognuno fa a modo suo. Io sono molto contento di avere una casa in cui tornare, quando sono lontano mi piace sapere che ho un ritorno, ma quando sono a casa mi piace pensare che ho un’andata. Il palco mi ha sempre creato dipendenza, faccio fatica a farne a meno, ma non puoi salirci tutti i giorni... adesso lo so e credo di aver trovato un equilibrio».

Nel disco riflette molto sul tempo. Il tempo che c’è, quello che se ne va. L’album si chiude con “Il tempo davanti”, in cui racconta di un filmino delle sue vacanze infantili...

«Quello del tempo è un tema con cui mi sono confrontato spesso, diciamo che per me è un po’ un’ossessione. Nella canzone “Il tempo davanti” vedo i miei genitori ragazzi, vedo me stesso bambino mentre ero in vacanza a Cervarezza. Andare lì in estate, alle Fonti di Santa Lucia, ci sembrava un lusso. Si era nel pieno del boom economico, alla fine degli anni ’60, i miei non erano ricchi ma stavano bene, e così potevamo passare l’estate lì. In quel filmino, che è un filmino vero fatto con una telecamera che forse è servita quella volta lì e poi si è rotta, mi ha fatto vedere come allora ci fosse tutto, tranne il senso del futuro, il senso del tempo. Ecco dov’è la felicità. I cani li vediamo felici perché non hanno il senso del tempo, no? Il tempo davanti non è un pensiero, nessuno in quel filmino si chiedeva come sarebbe stato. Noi invece siamo ossessionati dal futuro, che in realtà è solo un’idea, non esiste, è solo nella nostra testa adesso».

La sua vita, nella dimensione più personale, torna fuori in “Ancora noi”, un quadretto di amicizia. Nonostante tutto quello che fa, e il successo che ha ottenuto, riesce ancora a verderli gli amici di un tempo?

«Non solo ci riesco ma è una cosa necessaria. Siamo in 25. Quest’anno abbiamo festeggiato i 35 anni di affitto di case di campagna: non sempre la stessa perché dopo un po’ ci mandano via (scoppia a ridere, ndr). Ognuno di noi, che sia cantante, contadino, metalmeccanico, imprenditore paga la stessa quota per poterci permettere il lusso di frequentarci. Nella “nostra” casa organizziamo cene, giochiamo a biliardo, a biliardino, facciamo ovviamente discussioni di politica e di calcio... come succede tra amici. La cosa meravigliosa è che con loro continuo a ridere ogni venerdì, è una cosa incredibile. Una di queste sere mi sono soffermato a guardare le loro facce, le ho trovate ancora più belle di quando eravamo giovani. E alcuni di loro stanno iniziando ad andare in pensione, eh... Conosco molti eventi di ognuno di loro, so che ci sono stati dolori, lutti, separazioni, ma dopo ogni nottata è arrivato un mattino. E noi siamo ancora insieme».

Dopo la canzone per gli amici, quella per i suoi fan: “Io in questo mondo”. In una strofa dice: «Lo show ce l’ho di fronte, se solo vi vedeste. Un mondo dentro un mondo che è già un po’ migliore». Com’è nata?

«Spesso mi chiedono che emozione provo quando sono sul palco, ma le emozioni non si raccontano, con le parole si sviliscono sempre. Qui racconto la mia giornata, da quando la macchina mi viene a prendere a quando salgo sul palco, il mio punto di vista. È nata perché una delle cose che mi ha tenuto più su quando avevo paura di non poter più cantare, è stata l’idea delle tantissime persone che hanno conservato il biglietto del concerto saltato per 5 mesi. È stato un atto di fiducia e d’amore incredibile. Con questa canzone li ringrazio, la sento molto».

Non potevano mancare canzoni d’amore...

«La persona che amo, mia moglie, ha uno sguardo amorevole e compassionevole. Il mio non è così, diciamo che lo è meno (dice sorridendo, ndr), e dunque mi serve servirmi del suo sguardo. “Luci d’America” parla di questo. “Mai dire mai”, invece, ripercorre gli eventi che ci hanno fatto scoprire che saremmo stati l’uno per l’altra. Ad oggi, da un po’ di anni, è così. Speriamo che duri!».

Il disco sarà disponibile da oggi, 8 marzo, e sempre oggi sarà in radio anche il nuovo singolo “Certe donne brillano”. Un pensiero per le donne nella loro festa, ovviamente, ma quali brillano?

«Tutte, in realtà. Perché brillano nel ricordo. In questa canzone c’è una sorta di galleria delle donne che mi hanno segnato, nel bene e nel male. Una brilla anche per sadismo: “Parliamo di te, che mi tenevi in tasca scegliendola tu la dose di aria fresca”. Le donne hanno questo potere, restano lì, non se ne vanno via, anche se ti hanno fatto del male».

Insomma questo disco è davvero intimo e personale.

«Mah, forse lo è molto più quello che sto dicendo rispetto alle canzoni (ride, ndr). No in realtà, ormai si sa, il mio raggio d’azione artistico è ampio in termini di modalità, perché scrivo canzoni, romanzi, racconti, film, poesie, ma è ristretto in termini di argomenti: io parlo solo di quello che ho visto o vissuto. Che per qualcuno sia un limite non lo so, ma “Start”, come tutti i miei album, è qualcosa di personale. L’unica deroga me la sono concessa con “Made in Italy” in cui ho indossato i panni di un’altra persona, anche se era poi una persona che conoscevo molto bene perché era un estratto dei miei amici».

Nell’album si alternano ballate a canzoni molto rock, cos’è che la orienta verso una strada piuttosto che un’altra?

«È sempre la canzone a decidere. Tutti i miei brani nascono voce e chitarra, poi passo alla demo e lì emerge già l’impostazione, si capisce già dove si arriverà. Alcune canzoni non possono che essere rock, altre devono essere più libere, più intime dal punto di vista sonoro. Perché una cosa che ho imparato negli anni è che l’arrangiamento rock non fa apprezzare a pieno il testo. Quando ho fatto il tour nei teatri sentivo gente che diceva: “Oh ma sai però che quel testo lì...”. Il testo era quello originale, solo che nella versione più dura si perdeva un po’».

A proposito di live, lo “Start tour 2019” partirà il 14 giugno dallo stadio di Bari. Cosa dobbiamo aspettarci?

«Ovviamente il tour sarà incentrato sull’album, ma poi ci sarà una greatest hits dei miei brani perché, come sempre, mi piace fare festa. L’obiettivo è quello di rendere il più organico possibile il materiale, a livello soprattutto di basso e batteria. Saranno modifiche probabilmente poco avvertibili, ma la nostra volontà è quella di raggiungere il miglior risultato possibile. È il minimo che possiamo fare per ripagare chi decide di acquistare il biglietto e venire allo stadio».

In marzo farà un concerto, su invito, all’Italghisa. Perché proprio lì?

«Perché questo è un album a cui tengo veramente tanto, e volevo presentarlo con un concerto. L’ultima volta che ho fatto una presentazione suonando dal vivo è stato con “Miss Mondo” all’Arena, e prima con “Buon compleanno Elvis”. Ho scelto l’Italghisa perché è lì che abbiamo organizzato il primo raduno del fans club. Era il 1991 o il 1992, non ricordo, ma so che era la prima volta che vedevamo in faccia chi aveva deciso di iscriversi. Venivano da tutta Italia... Ricordo che mio papà faceva la navetta dalla stazione, caricando 4 persone alla volta sulla sua Fiat Uno. E da bere c’era il Lambrusco. È stato davvero bello. E così mi è venuta l’idea, un po’ romantica forse, di suonare di nuovo lì. Di presentare lì “Start”: solo musica, senza spettacolo, in una situazione di adattamento... vedremo».

Ci saranno altre date a Reggio?

«Per il momento non sono in programma, ma rispondo con una mia nuova canzone: “Mai dire mai”...».