Viaggio della Memoria, studenti reggiani nel bosco in cui furono trucidati migliaia di uomini e 800 bambini

Tappa toccante a Zbylitowska Gora, nel territorio che un tempo era Galizia: «Non sono morti invano»

CRACOVIA. Non solo Auschwitz. Il Viaggio della Memoria 2019 di Istoreco sta portando oltre mille studenti delle scuole superiori reggiane in Polonia, nella zona di Cracovia e del complesso di Auschwitz-Birkenau, il principale simbolo dell’Olocausto. . Ma, come le ragazze e i ragazzi stanno scoprendo durante le visite, lo sterminio pianificato di milioni di persone ritenute inferiori ha coinvolto un’area ben più ampia, centinaia se non migliaia di luoghi in tutta l’Europa orientale. Ed in particolare in Polonia, il “paradisum iudaeorum” seicentesco in cui vivevano milioni di ebrei.

Un’intera cultura, quella Yiddish radicata in Galizia, è stata praticamente annientata, e oggi rimangono tracce e ricordi lontani. Il Viaggio sta permettendo a centinaia di giovani reggiani di conoscere questa storia, conducendoli a Tarnow, una cittadina nella Polonia sud-occidentale, quella che un tempo era appunto la Galizia.


Tarnow ha l’aspetto di una delle tante località sviluppate sotto il dominio degli Amburgo, ma porta con sé ferite antiche. Al tempo dell’occupazione nazista contava circa 50mila abitanti, di cui la metà di origine giudaica. Nella città venne realizzato un grande ghetto rinchiuso, in cui dal 1941 al 1943 passarono decine di migliaia di persone. Molte di loro vennero deportate ai campi di sterminio, principalmente a Birkenau e Belzec, e lì trovarono la morte.

Oltre diecimila vennero uccise, con pallottole e bastoni, in un bosco fitto e verde a pochi chilometri da Tarnow, a Zbylitowska Gora. Il nome non dice nulla ad un occidentale, ma qui vennero massacrati migliaia di donne e uomini fra cui ottocento bambini dell’orfanotrofio ebreo di Tarnow, finiti a colpi di bastone per risparmiare pallottole. Una delle migliaia di vicende affastellate nell’insieme dell’Olocausto, ricordata oggi da un monumento per le piccole vittime.

L’impatto, per giovani occidentali pronti magari ad Auschwitz ma non al suo contorno, è forte. «In quel luogo solo ricordo e silenzio, le parole sarebbero troppo. Un palloncino sgonfio. Una vita già scritta o comunque abbozzata, sgonfiata da un odio ingiusto. Cammino e penso che sotto di me ho i corpi di quelle persone che hanno visto la morte», riflettono Elena Carnevali e Lucia Bonini della 4° H del Canossa. «Noi non possiamo fare nulla, non possiamo cambiare ciò che è accaduto, e fra 10, 40, 500 anni non cambierà. La loro morte ha segnato la mia vita. Forse non sono morte invano. Possiamo ascoltare, ricordare e far ricordare. Siamo qui per questo».

«Quel bosco era cupo, in mezzo non vi era niente, solo erba, terra e milioni di foglie, tutto era immobile ma il vento rompeva quel silenzio assordante, passava tra gli alberi, alzava le foglie e faceva sì che quel piccolo bosco, pur essendo piccolo, nel suo piccolo parlasse... se solo potesse», aggiunge la loro compagna di classe Sofia Salsi.

Pensieri simili, di cupezza e malinconia e ricordo, per Davide Romani della 5° F Scaruffi: «Le persone non muoiono mai se le hai nel cuore. Puoi perdere la loro presenza, la loro voce... ma ciò che hai imparato da loro, ciò che ti hanno lasciato, questo non lo perderai mai», scrive lo studente reggiano tornato dal boschetto.