«I pastori sardi fanno bene a protestare»

Solidarietà dal Reggiano ai colleghi che da giorni protestano contro il Governo per il prezzo crollato a 0,60 euro al litro



«I pastori sardi fanno bene a protestare: il mercato è diventato insostenibile. Anche noi dovremmo scendere in piazza e mettere in atto gesti dimostrativi». Sono unanimi gli allevatori nostrani di pecore (nel Reggiano soprattutto in Appenino) nell’esprimere solidarietà alla rivolta in corso in Sardegna per il prezzo del latte ovino, crollato a 60 centesimi.


Le immagini che stanno rimbalzando in questi giorni dalle televisioni nazionali valgono più di mille parole: strade e ingressi di uffici invasi da un fiume bianco, quintali di latte sversato dai bidoni di alluminio, a significare il lavoro vanificato degli addetti del settore ridotti sul lastrico dall’andamento attuale dei listini.

RAZZA IN ESTINZIONE

In verità gli allevatori reggiani sono toccati in modo ridotto dal fenomeno, perché i produttori di solo latte sono pochissimi e la produzione nostrana, dagli animali al prodotto finito, è di nicchia. «Noi produciamo e trasformiamo direttamente il latte, vendendo il formaggio a 4,50 euro: c’è una differenza abissale – afferma Dario Torri, della cooperativa Valle dei Cavalieri a Succiso, 250 pecore per 80 quintali di formaggi annui – Il latte in sé non vale più niente e i sardi hanno tutte le ragioni del mondo per ribellarsi: con 60 centesimi non ci paghi nemmeno il foraggio, figurarsi le bollette, le attrezzature e il personale».

È invece un pastore puro – una razza in via d’estinzione – Libero Pingani, con attività in via Fontana a Collagna. «Per ora siamo fermi, di latte ne abbiamo pochissimo, con il nostro piccolo gregge siamo occupati con gli agnellini. Vedremo le conseguenze quando inizierà la stagione a maggio».

L’ARRABBIATO

«È da una vita che sono a favore di proteste clamorose», commenta battagliero Roberto Ribecco, 48 anni, dell’azienda agricola biologica “Il Pastore del Fariolo” a Felina di Castelnovo Monti: ha 300 pecore ed è un produttore di formaggio ovino, soprattutto pecorino, ricotta e cacio ricotta. «Già i margini del formaggio sono sempre più risicati e alla fine resta ben poco: se vendi al dettaglio nel circuito dei mercati settimanali riesci a guadagnare qualcosa, se vendi all’ingrosso rimedi appena 8 euro. Il che significa non starci dentro nemmeno con il costo dei foraggi: solo per dar da mangiare agli animali servono due balloni di fieno, che per le nostre tasche significano 200 euro al giorno. Ci indebitiamo solo per il cibo, siamo pieni di debiti. Ora è periodo di agnelli e faccio un altro esempio: per un chilo di agnello ci pagano 3 euro, costa di più un pacchetto di sigarette. Non ha senso. Io ho proseguito la tradizione di mio padre e di mio nonno, sono innamorato della terra e di questo mestiere, ma il futuro lo vedo sempre più nero».

Nei borghi della montagna reggiana, inoltre, «è ancora più difficile, perché i rifornimenti non sono agevoli come in Puglia o in Sardegna». Lo sfogo finale di Ribecco è dedicato alla scarsa considerazione della categoria da parte del Governo: «I pochi pastori rimasti dovrebbero essere dichiarati patrimonio dell’umanità. Le autorità dovrebbero tutelarci, invece non solo siamo trasparenti, ma ci complicano la vita pure con una burocrazia (vedi la fatturazione elettronica) diventata impossibile. Siamo costretti a perdere tempo in stupidaggini, noi che ci svegliamo alle 4 e fino alle 23 siamo impegnati con gli animali». —