Dai tempi dal nimèl a quelli dal telefonèin, in edicola con la Gazzetta il vocabolario italiano-reggiano

Solo il 10% degli studenti del territorio conserva ancora un’attiva parlata locale. Il 30% la comprende, ma non la adotta. Sono in edicola con la Gazzetta i due preziosi volumi del “Vocabolario italiano-reggiano” scritti da Giuliano Bagnoli

REGGIO EMILIA. Certamente tanti si chiederanno: ma che cos’è il dialetto? È una lingua? Come sta oggi, il dialetto, di salute? Ma dove sta andando?

Alla prima domanda rispondiamo che il dialetto è un sistema linguistico presente in un ambito geografico limitato, spesso appartenente ad un gruppo di parlate geneticamente affini. Ad esempio, il nostro dialetto reggiano appartiene ad un nutrito nucleo di dialetti del nord-Italia chiamati un tempo dialetti gallo-italici.


Il dialetto, come quella lingua italiana, è una lingua: ma mentre la lingua italiana è parlata da una nazione intera, il dialetto è parlato solo da una piccola parte della popolazione. Tuttavia entrambi hanno, dal punto di vista linguistico, la stessa dignità. Possiedono entrambi un sistema di fonemi ed una grammatica (fonetica, morfologia, sintassi, lessico).

Entrambi derivano dal latino il quale, quando via via andò ad esaurirsi, lasciò la propria eredità a diversi dialetti neolatini, tra i quali primeggiò il dialetto fiorentino, che divenne poi lingua italiana. Dunque il dialetto reggiano non è la storpiatura o il “figlio deforme” dell’italiano, ma il fratello del dialetto fiorentino, ch’ebbe miglior fortuna. Quello che però lo differenzia davvero dall’italiano, è che rappresenta la nostra parlata, quella dei nostri nonni e dei nostri padri.

È la lingua della nostra gente. E questo lo diciamo non solo con un certo orgoglio, ma anche col sostegno del divin poeta, il grande Dante che, nel De Vulgari Eloquentia, sosteneva che il volgare, cioè la parlata nativa (ovvero il dialetto), è senz’altro “nobilior” (più nobile) rispetto alla “grammatica”, come egli stesso definiva la lingua latina.

Dall’Unità d’Italia, dal 1860, tutti i dialetti hanno cominciato via via a indebolirsi, a rarefarsi, di fronte all’inesorabile avanzata della lingua italiana. Fin da quell’epoca non ci si era resi conto che i dialetti rappresentavano una testimonianza storica di vita, di civiltà, espressione di un ambiente sociale ben definito, un bene linguistico e culturale, il patrimonio di ogni singola comunità e della nazione intera che non poteva andare dissipato nel tempo e dimenticato.

A tal proposito desidero ricordare che già nel 1861, quando il governatore di Reggio e dell’Emilia, Luigi Carlo Farini, fondò la Deputazione di Storia Patria, inserì all’articolo 6 dello Statuto, che era importante salvaguardare le parlate locali e che si dovevano promuovere studi tesi a conservare il patrimonio linguistico, soprattutto mediante i vocabolari, espressione, in ogni tempo, dello stato della lingua volgare.

Ma questa grande intuizione non frenò certo il lento rallentarsi del dialetto, che trovò anche epoche durante le quali era messo al bando dalla lingua ufficiale, come nel secondo ventennio del ’900. Nessuna meraviglia, dunque, che si sia giunti oggi ad un affievolirsi, uno smorzarsi progressivo del parlare in dialetto che, purtroppo, non sembra abbia arresto. Intervistando gli insegnanti delle scuole medie, risulta che solo un 10% della popolazione scolastica delle aree rurali, conserva ancora un’attiva parlata dialettale, cioè ragazzi che parlano attivamente in dialetto, naturalmente al di fuori delle attività prettamente scolastiche.

Le aree cittadine vedono poi un ridursi, che raggiunge quasi l’esaurimento, dell’attivo parlare dialettale da parte delle nuove generazioni di adolescenti. Tanti, forse un buon 20-30% comprendono il dialetto, perché parlato ancora in casa dai genitori, ma non lo parlano attivamente. E noi sapiamo che non parlare una lingua, significa non acquisirla e non farla propria, cioè non entra a far parte dello spirito e dell’eloquio comune per quella persona.

Oggi il dialetto, ancora parlato da un buon numero di reggiani dall'età di 30-40 anni in poi, si è trasformato ed ha abbandonato tanti vocaboli acquisendone di nuovi. Ogni lingua, infatti, non tende a morire, ma certamente tende a trasformarsi. La msóra (falce messoria) oggi non si usa più mentre si utilizza altelefonèin (il telefonino): possiamo considerare questa parola un neologismo, cioè una parola nuova che oggi è essenziale nel parlare quotidiano. Quindi, anche se il dialetto si parla meno di ieri, certamente ha introdotto termini e lemmi moderni, a volte anche curiosi e strani: la mail (pronuncia: mèil) diventa oggi, presso gli anziani, al nimèl (il maiale, nel dialetto antico).

Ecco perché ho proposto questo semplice e curioso Vocabolario Reggiano-Italiano Colloquiale, nel quale è stato raccolto anche uno studio originalissimo sui termini tecnici dell'elettronica nel “nuovo” dialetto dei giorni d'oggi. Forza col dialetto, dunque, e non perdiamoci d'animo.