Il lavoro oggi? È tornato quello di Furore e il sindacato non sa più chi tutelare

La crisi della Cgil reggiana ha finito per mettere a nudo, insieme a un braccio di ferro post-congressuale, anche la difficoltà delle organizzazioni dei lavoratori di fronte alle nuove forme in cui trova sbocchi l’occupazione

A Reggio come a Milano l’aria è da neve ma da ore, ormai, c’è solo nebbia. A Milano è ora di cena e per strada le luci delle auto disegnano nuove geometrie sul nero lucido dei parabrezza delle auto. Poi ci sono le luci solitarie e a dispetto del meteo sono un bel po'. Sono i riders che sfrecciano per la città per portarti la cena a casa. Sì proprio quelli a cui Di Maio aveva dedicato il suo primo pensiero da vicepremier e ministro del lavoro.

"Che vita, per pochi euro...", penso mentre sullo smartphone mi arriva la notizia che l'unico candidato alla guida della Cgil reggiana non ce l'ha fatta. Silurato dai delegati, freschi d’elezione nelle assise di una delle Camere del Lavoro più importanti d’Italia. Che botta, penso ripercorrendo la cronaca delle ultime settimane delle vicende di via Roma 53. Vicende che avevo seguito, invero un po' distrattamente, non foss'altro per ragioni di famiglia. E alla fine di ogni mio ragionamento, la chiudevo sempre così, con una domanda: ma il sindacato, oggi, chi rappresenta realmente? Fatico a rispondere.

Ad esempio non so se riesca a tutelare quei poveri cristi/ciclisti di Foodora o Glovo o Justeat. Di certo, quel che vedo non è esaltante: mentre iriders sfidano la pioggia, la nebbia e sfrecciano sull’asfalto, la grande finanza dà le sue carte e mentre tu ti mangi il sushi o il panino che ti ha portato il rider di Foodora, Gloovo si mangia tutta Foodora, più o meno alla velocità di una consegna.

Non so se in tutto questo i sindacati siano oggi perfettamente sul pezzo. Una cosa però la so: c'è qualcosa di terribilmente vecchio o, meglio, di terribilmente distante dal mondo di oggi, dal modo in cui oggi si intende il lavoro, dal modo in cui lo si svolge, persino dal modo in cui lo si definisce.

Per non parlare del modo in cui oggi lo si cerca e lo si trova.

Personalmente questo gap lo percepisco ogni giorno, ma quando un mio collega chiamato ad occuparsi del "caos in Cgil" mi ha chiesto i numeri di qualcuno dei maggiorenti della camera del lavoro reggiana, ho avuto davanti a me la rappresentazione plastica di questa percezione. Nella mia vecchia agenda da cronista ho ancora tutti i numeri che servono e questo nonostante non mi occupi più di sindacato da almeno 15 anni. Il fatto che il 90% di quei numeri siano ancora "utili" oggi la dice lunga sul grado di rinnovamento attuato in questi anni nel sindacato. Negli uomini prima di tutto, quindi nelle teste, ma anche nel modo di intendere il ruolo delle organizzazioni dei lavoratori alla luce dei mutamenti epocali e continui che hanno riguardato e riguardano il tema lavoro.

È un divario, una crasi dal reale che investe persino la lingua, il lessico. Un esempio per me illuminante: la parola piattaforma. Nel gergo del sindacato il termine indica (ancora oggi) l'insieme delle proposte che entrano in una trattativa. E fuori? Varcate all'esterno le porte del sindacato, con il termine piattaforma si intende quel mezzo che ha mandato in pensione da un giorno all'altro gli inconcludenti centri per l'impiego.

È sulla piattaforma che oggi puoi trovare lavoro. Certo è tutto molto "easy" e soprattutto molto low cost. Funziona così: ti iscrivi allegando il curriculum e le aree di competenza, ad esempio pulizie a domicilio, lavori di stiro, badantato, baby sitter. Poi stabilisci una tariffa per le tue prestazioni.

Bello eh? Non proprio, perché quella bellissima sensazione che sia tu a fare il prezzo delle tue prestazioni lavorative si rivela quasi subito una colossale illusione. Peggio: con il passare del tempo diventa un veleno che ti inietti da solo, un po' alla volta. Perché, quasi subito, qualcuno della piattaforma, ti suggerirà "almeno per i primi tempi" di abbassare la tua tariffa oraria. Così, quasi senza che tu te ne accorga, ti sei tagliato lo stipendio da solo.

E se ti guardi allo specchio, assomigli a qualcuno. Letteratura. Steinbeck. I braccianti della grande migrazione americana che elemosinavano il lavoro, ricordi?

"Dove c'è lavoro per uno, accorrono in cento. se quell'uno guadagna trenta centesimi, io mi contento di venticinque. Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti. No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici. Io ho bambini, ho bambini che han fame! Io lavoro per niente; per il solo mantenimento. Li vedeste i miei bambini! Pustole in tutto il corpo, deboli che non stanno in piedi. Mi lasciate portar via un po' di frutta, di quella a terra, abbattuta dal vento, e mi date un po' di carne per fare il brodo ai miei bambini, io non chiedo altro...”.

Ora come allora, ci stiamo avvelenando a poco a poco. E se non bastasse, siamo pronti alla guerra l’uno con l’altro. Certo, rispetto a “Furore” la prosa di oggi è più asciutta, come si conviene alla rete. Perché oggi è lì che il lavoro viaggia tra domanda e offerta.

“Cerco lavoro come addetta alle pulizie domestiche, assistenza agli anziani, portierato”. Un annuncio basico, messo sulla più “generalista” delle piattaforme, subito.it

E quasi subito l’annuncio colpisce nel segno. “Cerco pulizie e ottimo stiro, tre ore a settimana, 6 euro l’ora”. Inizia un dialogo in chat tra l’inserzionista in cerca di lavoro e la possibile cliente.

Inserzionista: “Sull’ottimo stiro giudicherai tu, anche se penso che potremmo discutere sul prezzo di sei euro l’ora, anche perché dovrei raggiungere casa tua che, rispetto a dove abito io, è dall’altra parte della città...”.

In un attimo arriva la risposta, con tanti saluti alla favola della solidarietà femminile. “Sei euro l’ora è anche troppo: io ho una laurea e un master e insegno inglese in una scuola privata a Pavia per 5 euro l’ora”.

Invero, in questa frase così tranchant non c’è soltanto il requiem per la complicità di genere.

Piuttosto c’è la diagnosi di una realtà che assomiglia molto al cannibalismo. Qui non ci sono più diritti da difendere, ma solo quello straccio di lavoro che c’è. Dimenticatevi la solidarietà, qui siamo in guerra. Come i mezzadri di Steinbeck in guerra con l’uomo del trattore che, su commissione li cacciava dai campi, “per tre dollari al giorno”.

Ecco dove forse è mancato il sindacato. Ecco dove ce ne sarebbe più bisogno oggi. Ma quello che andrebbe colmato oggi non è un piccolo gap, quello da colmare oggi con urgenza è un oceano sterminato. Soprattutto culturale. Perché non può che essere di natura culturale il problema alla base quella “sentenza” quasi sillogica secondo cui “se io che ho studiato più di Leopardi mi sbatto per 5 euro l’ora allora è giusto che chi non può far altro che la serva prenda anche meno”.

Il lavoro comunque c’è. Per pochi soldi e per poco tempo, ma c’è. E non parliamo solo di bassa manovalanza, tra coloro che si accontentano ci sono anche le giovani docenti con master e vestiti da stirare e neolaureati in scienze della comunicazione che ogni mattina si calano nel ventre di Milano per raggiungere – con il passante ferroviario – la stazione di Rogoredo e da lì Santa Giulia e i palazzi di Sky. Stagisti, con una triennale in scienze della comunicazione e qualche boccone di praticantato fatto qua e là, in qualche piccola redazione, fino a quando, un giorno non si aprono le porte del grande network televisivo che ti offre di imparare un mestiere, o forse più di uno.

Certo, il contratto non è eterno, lo capisci dai discorsi tra questi ragazzi sul treno per Pavia. Ogni tre parole c’è un riferimento temporale: “… a giugno...”, “… a fine mese vediamo...”; “a fine anno… chissà”.

La loro precarietà è in quelle frasi che sono anche mani di poker, in cui cerchi di scoprire come è messo l’altro precario che hai di fronte, quali carte da giocare ha in più rispetto a te, ovvero quanto tempo gli resta per esibire ancora il badge di Sky, portato al collo come fosse un collier, un gioiello appena strappato all’asta a chissà quale sceicco. Vien da pensare questo mentre sul treno, ancora a chilometri dalla loro meta, ovvero dal posto di lavoro, si aggirano per il vagone con il badge al collo. Che forse, è davvero un gioiello. Ma al posto delle pietre preziose questa collana che ha un badge come pendolo ha gocce di dopamina, la droga più usata in questi tempi, dominati da percezione e virtuale.

Ci illudiamo e ci consoliamo al tempo stesso, con quel badge che pende dal collo, e ogni sguardo che si posa su quella tessera magnetica ha in questi ragazzi lo stesso effetto che ha un like a un nostro post o una recensione positiva sulla piattaforma delle colf. Dopamina, appunto. Eppoi consolazione.

Perché magari chi ha fatto l’università con noi, domani sera sfida la pioggia e il buio, e il traffico di Milano e ci porta la pizza a casa. E nemmeno lui sa fino a quando potrà durare questa “pacchia”.