Reggio Emilia, dopo il sequestro Amato compare davanti ai giudici: "Parlo solo se c'è la stampa"

Voleva parlare ma, non potendolo fare davanti ai giornalisti, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Questo è quanto ha deciso Francesco Amato, condannato a 19 anni per associazione mafiosa nel processo Aemilia contro la 'ndrangheta, che martedì scorso ha tenuto in ostaggio per otto ore con un coltello 5 dipendenti dell'ufficio postale di Pieve.

REGGIO EMILIA. Voleva parlare ma, non potendolo fare davanti ai giornalisti, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Questo è quanto ha deciso Francesco Amato, condannato a 19 anni per associazione mafiosa nel processo Aemilia contro la 'ndrangheta, che martedì scorso ha tenuto in ostaggio per otto ore con un coltello 5 dipendenti dell'ufficio postale di Pieve.

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Un gesto eclatante per contestare una sentenza ritenuta da Amato ingiusta. Per questi fatti, dalla cella di isolamento del carcere di Reggio dove era rinchiuso, l'uomo è arrivato in mattinata in tribunale per l'udienza di convalida dell'arresto che - svolgendosi in camera di consiglio - era a porte chiuse.

Lo stesso avvocato di Amato, Franco Beretti, spiega: «Francesco Amato si è avvalso della facoltà di non rispondere, perchè chiedeva la presenza dei giornalisti in aula, cosa che ovviamente non è possibile perchè si tratta di un'udienza in camera di consiglio. Per cui la cosa si è sostanzialmente fermata lì. Voleva parlare e vuole parlare. Non essendoci la possibilità di farlo in pubblico ha detto: "io non parlo"».

Amato deve rispondere delle accuse di sequestro di persona semplice e porto d'armi, ma non a scopo di coazione. Un reato, dice Beretti, «strano perchè parte da sei mesi a otto anni però c'è una forbice molto ampia da valutare sulla base della gravità effettiva del fatto, che vedremo».

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Amato, riporta poi il difensore è «molto lucido e presente, ha in testa le sue ragioni e vuole farle valere. Le faremo valere in appello senz'altro però anche lui vuole dire la sua». Per questo sono «escluse perizie» psichiatriche.

Insomma, conclude Beretti, «valutiamo quello che viene dai giudici, ma la nostra attenzione sarà sempre sul processo Aemilia che è il nostro problema principale». Da sottolineare infine l'antitesi tra la richiesta odierna di amato di poter parlare davanti ai cronisti e quella formulata durante il processo Aemilia nel gennaio del 2017, quando gli altri imputati chiesero di celebrare le udienze con i giornalisti fuori dall'aula.

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Il legale respinge poi con forza l'ipotesi che il comportamento di Amato - irreperibile per quattro giorni dopo la sentenza del 31 ottobre scorso - sia da leggere nell'ottica di un messaggio collegato ad eventuali riposizionamenti della cosca di 'ndrangheta sul territorio.

«Non c'è nessun tipo di aggravante legata al metodo mafioso - sottolinea Beretti - almeno questa è l'imputazione provvisoria che penso abbia fotografato esattamente quello che è successo». Cioè «un fatto isolato di una persona che chiedeva visibilità e che vuole parlare chiaramente del processo Aemilia, perchè ritiene la sentenza ingiusta e chiede un palcoscenico per dare le sue ragioni. Secondo me non ha voluto lanciare nessun messaggio, è una convinzione personale ma al momento non è emerso nulla».

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Sulla convalida dell'arresto il giudice si è invece riservato. «Noi ci siamo opposti - continua l'avvocato Beretti - non tanto alla convalida, quanto alla misura cautelare, però non abbiamo fatto una battaglia di principio su questo. Abbiamo chiesto di non applicare la misura perchè si tratta di un gesto che è un unicum che ha una motivazione che si è esaurita. Riteniamo che non ci siano esigenze cautelari attuali, chiaramente verrà valutata dal giiudice che emetterà un'ordinanza, che presumo non contesteremo».

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