Ebbe un malore al Campovolo durante il concertone di Ligabue: «Se sono ancora vivo lo devo alla Sanità della vostra città e al concerto del Liga»

Reggio Emilia, «L’ultima cosa che mi ricordo è che mia sorella mi ha detto: stai male, ti porto via. Io non volevo: per nulla al mondo mi sarei perso il concerto del Liga. Stava cantando Piccola stella senza cielo» 

LIGABUE A CAMPOVOLO 2015TUTTI I VIDEOLO SPECIALE

REGGIO EMILIA. «L’ultima cosa che mi ricordo, è che mia sorella mi ha detto: stai male, ti porto via. Io non volevo: per nulla al mondo mi sarei perso il concerto. Sul palco, Luciano e la band suonavano “Piccola stella senza cielo”. Ho fatto in tempo a dirglielo, poi sono svenuto».

Campovolo 2015, in 150 mila a cantare Certe Notti con Ligabue



Era il 19 settembre del 2015. La data dell’ultimo grande concerto di Luciano Ligabue al Campovolo. Tra i 150mila fan arrivati da tutta Italia per quello presentato come il concerto più lungo, c’era anche Alessandro Corelli, un ragazzo di Santi Cosma e Damiano (Latina), all’epoca 27enne. «Se sono ancora qui, lo devo alla Sanità reggiana» confida.

Campovolo 2015 visto dall'alto, in elicottero con la polizia



Il concerto era iniziato da poco, quando Alessandro ha iniziato a non sentirsi bene. Era nella zona più vicina al palco, quella riservata ai fan del “Bar Mario”, con la sorella e alcuni amici. «Stavo riprendendo con il telefonino. A un certo punto, non riuscivo più a tenere alto il braccio. All’inizio non ci ho fatto molto caso, pensavo alla stanchezza, all’emozione – racconta – poi anche la gamba ha iniziato a cedermi e sono caduto. Quando mia sorella mi ha guardato in faccia, ha visto che avevo la bocca storta».

Alessandro Corelli con Ligabue

 

LIGABUE A CAMPOVOLO 2015TUTTI I VIDEOLO SPECIALE

Annamaria Corelli ha capito subito che qualcosa non andava. «Mi ha preso e mi hanno portato al punto di soccorso che c’era vicino al palco: mi hanno trascinato di peso, perché a quel punto avevo perso i sensi».

È stata la prima preziosa intuizione a salvare la vita ad Alessandro. «Tutto quello che è successo dopo lo so perché me lo hanno raccontato», sottolinea.

«Quando siamo arrivati sotto la tenda del posto di soccorso, c’erano anche altri giovani che si erano sentiti male. Ma di solito si parla di cali di pressione. Sarei morto se volontari e infermieri avessero creduto che mi fosse solo accaduta la stessa cosa. Invece, il personale sanitario che era lì ha intuito subito che qualcosa non andava e che era qualcosa di molto serio. Hanno detto a mia sorella che stavo molto male e mi hanno portato in ambulanza all’ospedale».

È la seconda fondamentale decisione da cui dipende la salvezza del giovane della provincia di Latina. «Quando sono arrivato al Santa Maria Nuova non hanno perso tempo: mi hanno subito operato. Ma a mia sorella hanno detto di chiamare i miei genitori, perché non avrei passato la notte».

La diagnosi è di quelle che fanno tremare: emorragia cerebrale spontanea al talamo destro. Alessandro quella notte la supera, ma all’indomani il quadro è ancora molto critico. E i medici non lo nascondono alla famiglia del giovane arrivata intanto a Reggio Emilia. «Un giorno dicevano che rischiavo di rimanere un vegetale, l’altro che sarei rimasto paralizzato. Insomma che se anche fossi sopravvissuto non sarei tornato quello di prima» confida il 30enne.

È in questi giorni di dolore e disperazione che un amico di Alessandro che suona in una cover band di Ligabue, Mario Tribuzio, decide di contattare il referente del fan club “Bar Mario”, perché vorrebbe scrivere al rocker di Correggio per raccontargli quello che è accaduto. Si accordano e lo fa, manda una lettera in cui spiega che Alessandro sta molto male. «Non saprei neppure cosa chiederti, temendo di recarti disturbo – scrive – qualsiasi gesto può o non può servire...».

La missiva viene fatta recapitare al cantante. E la risposta non tarda ad arrivare. Chiedono il numero di telefono della famiglia, dall’entourage di Ligabue chiamano la sorella Annamaria spiegando che Luciano vorrebbe andare in ospedale a far visita ad Alessandro.

Sono passati pochi giorni dal ricovero, quando il rocker lo incontra, nel reparto di Terapia intensiva del Santa Maria Nuova. È il giorno in cui si sta risvegliando dal coma farmacologico. «Non mi ricordo niente. Mia sorella mi ha raccontato che quando mi ha detto “guarda che c’è Ligabue” ho alzato il pollice e sorriso».

È un giorno speciale, e non solo per il gesto del cantante. Ma anche perché è il giorno in cui si scopre che l’emorragia celebrale non ha lasciato in Alessandro i danni che si temevano.

«Solo una mano faccio fatica a muoverla, e per questa ancora devo fare fisioterapia. Ma per il resto sono quello di prima. L’infermiera che mi seguiva in quei giorni, la prima volta che mi ha visto camminare, si è messa a piangere», racconta ancora Alessandro.

È il 24 ottobre del 2015 quando il giovane di Latina lascia l’ospedale di Reggio Emilia. Il giorno prima Ligabue, come promesso alla sorella al primo appuntamento, torna a trovarlo. Di quel momento Alessandro ricorda ogni particolare.

«Gli ho detto che mi dispiaceva essermi perso il concerto più bello della storia, mi ha risposto che ce ne sarebbero stati altri e che la prossima volta saremmo stati suoi ospiti». Una promessa che Luciano Ligabue ha mantenuto invitando Alessandro e gli amici all’evento di Monza, il 24 settembre del 2016.

Il percorso di rinascita di Alessandro Corelli non è finito. Dopo le dimissioni dall’ospedale Santa Maria Nuova, ha iniziato un lungo percorso riabilitativo a Roma, più vicino a casa. Ma intanto già dal febbraio del 2016, ha potuto riprendere il suo lavoro da geometra. Piano piano, ha potuto anche ricominciare a giocare a calcio. Ora, si dedica alle maratone.

Tuttavia, resta assiduo il suo legame con l’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, dove periodicamente torna per le visite.

Anche la riabilitazione alla mano presto proseguirà probabilmente nel reparto dell’ospedale San Sebastiano di Correggio, quella stessa Correggio che ha dato i natali e a cui resta indissolubilmente legato proprio il suo beniamino.

«Io voglio ringraziare i medici che mi hanno curato, come Stefania Testoni e Roberta Bardelli del reparto di riabilitazione, e Stefano Ziveri, il fisioterapista: oltre che bravissimi perché mi hanno rimesso in piedi velocemente, sono persone stupende, sempre a disposizione per qualsiasi cosa. Ancora oggi, dopo tre anni, vado da loro e per qualsiasi cosa loro ci sono sempre, come il primo giorno – ci tiene a dire Alessandro Corelli – Per me è stata un’esperienza bellissima conoscere queste persone. Tutti quelli che ho incontrato dal posto di soccorso del concerto, al pronto soccorso, alla terapia intensiva, alla neurologia e alla riabilitazione, sono stati bravissimi. Mi hanno salvato la vita. Me ne rendo conto. Bastava un minuto perso e oggi racconteremmo un’altra storia. Se quello che mi è accaduto non fosse successo qui a Reggio Emilia ma altrove, non so se ce l’avrei fatta». —