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«Brescia scrisse al sindaco Vecchi discriminava i cutresi»

La difesa nega che la lettera sia minacciosa, l’imputato deposita un memoriale Per gli avvocati le parole dei pentiti Valerio e Muto sono piene di contraddizioni

REGGIO EMILIA. Ha preso continuamente appunti in prima fila a fianco dei suoi due difensori, di cui non ha perso nemmeno un passaggio delle rispettive arringhe, interagendo anche con i suoi legali attraverso cui – al termine – ha poi depositato un memoriale scritto in carcere. Stiamo parlando del 51enne Pasquale Brescia – un tempo gestore del ristorante “Antichi Sapori” di Gaida e del maneggio abusivo New West Ranch di Cella – che è sotto processo con l’accusa di essere uno dei “partecipi” d ...

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REGGIO EMILIA. Ha preso continuamente appunti in prima fila a fianco dei suoi due difensori, di cui non ha perso nemmeno un passaggio delle rispettive arringhe, interagendo anche con i suoi legali attraverso cui – al termine – ha poi depositato un memoriale scritto in carcere. Stiamo parlando del 51enne Pasquale Brescia – un tempo gestore del ristorante “Antichi Sapori” di Gaida e del maneggio abusivo New West Ranch di Cella – che è sotto processo con l’accusa di essere uno dei “partecipi” della cosca.

«PAROLE DISCRIMINATORIE». E i suoi legali – per chiederne alla Corte l’assoluzione – hanno aggredito con forza sia i metodi investigativi che le dichiarazioni dei pentiti, prendendo di mira anche il sindaco di Reggio Emilia (Luca Vecchi) in riferimento alla lettera scritta da Brescia al primo cittadino nel 2016. Quest’ultimo versante è toccato dall’avvocato Gregorio Viscomi che, facendo riferimento ad una precedente intervista del sindaco (pubblicata dalla Gazzetta il 24 gennaio 2016) di cui legge diversi passaggi, vuole dimostrare come il suo assistito si fosse sentito «discriminato come tutti i cutresi dalle parole di Vecchi che aveva sottolineato come la moglie Maria Sergio non avesse alcun accento calabrese e che pur essendo nata a Cutro aveva vissuto da sempre a Reggio Emilia». Quindi secondo il difensore, Brescia prese carta e penna perché si era sentito discriminato e non con intenti intimidatori affinché difendesse gli imputati di Aemilia. In precedenza l’avvocato Girolamo Mancino ha usato parole dure sulle indagini, mostrando alcuni filmati girati durante la maxi inchiesta e facendo sentire dei discorsi captati: «Vi è stato travisamento dei fatti e delle intercettazioni, si è inseguito delle suggestioni, sono stati scambiati dei numeri di telefono ed anche delle persone. Lo stile mafioso – sottolinea il difensore – non è un virus, non è un contagio: occorrono rapporti stretti, affari illeciti, mutuo aiuto fra sodali. Ma queste cose non emergono, come non emerge che Brescia sia coinvolto nelle false fatturazioni». Mancino si sofferma anche sul ristorante di Brescia, stigmatizzando la versione degli inquirenti che lo ritengono il locale per antonomasia della consorteria: «Perché si deve sostenere – spiega – che nel ristorante sono state fatte riunioni, summit, se poi non si sa nulla sugli argomenti trattati, se questi abbiano avuto carattere criminale o meno? Bisogna porsi un problema di mancato raggiungimento della prova».

LE FALSITA’ DEI PENTITI. Poi l’affondo sui pentiti («Sono la più grande prova a discarico degli imputati, basta fare una valutazione serena delle loro parole piene di contraddizioni»), specie nei confronti di Antonio Valerio che si sarebbe inventato la partecipazione alla “cena dei sospetti” del 21 marzo 2012 agli “Antichi Sapori” («Disse di aver parlato con il senatore Filippo Berselli che ha negato di aver partecipato »), come per la difesa non sa nulla della lettera inviata al sindaco Vecchi e quanto detto se l’è inventato. Stesso “trattamento” per Salvatore Muto sul registratorino usato in carcere per preparare il terreno e poi “avvicinare” i testimoni del maxiprocesso. Secondo il collaboratore di giustizia quel registratorino era entrato grazie ai “giri” di Brescia con le guardie carcerarie, mentre per la difesa si erano prestati altri.

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