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Il difensore di Salsi «È solo una vittima non certo un correo»

I legali dell’imprenditore accusato di tentata estorsione «In 1.723 telefonate intercettate non c’è la ’ndrangheta»

reggio emilia

«Mirco Salsi, per quanto attiene a questa vicenda, è solo una vittima raggirata da queste persone».

È stata questa la conclusione dell’avvocato Domenico Noris Bucchi, difensore dell’imprenditore reggiano Mirco Salsi, che nella seduta pomeridiana del processo Aemilia di giovedì scorso ha argomentato un’arringa durata oltre due ore, chiedendo «l’assoluzione per il mio assistito perché il fatto non sussiste e, comunque, per non averlo commesso».

L’intervento di Bucchi è stato seg ...

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reggio emilia

«Mirco Salsi, per quanto attiene a questa vicenda, è solo una vittima raggirata da queste persone».

È stata questa la conclusione dell’avvocato Domenico Noris Bucchi, difensore dell’imprenditore reggiano Mirco Salsi, che nella seduta pomeridiana del processo Aemilia di giovedì scorso ha argomentato un’arringa durata oltre due ore, chiedendo «l’assoluzione per il mio assistito perché il fatto non sussiste e, comunque, per non averlo commesso».

L’intervento di Bucchi è stato seguito dall’arringa del codifensore, avvocato Celestina Tinelli, che ha trattato il profilo della personalità di Salsi.



Mirco Salsi, 59 anni, nel maxiprocesso contro la ’ndrangheta è accusato di una tentata estorsione, con l’aggravante di aver utilizzato il metodo mafioso. La vicenda è quella di Maria Rosa Gelmi, la bresciana alla quale Salsi versò 1.332.000 euro affinché favorisse un affare (gli appalti sulla distribuzione di cibo nelle mense di alcune carceri); affare che si rivelò un bluff e nel quale Salsi venne gabbato.

Da qui – secondo l’accusa – la “mossa” di Salsi di recuperare quei soldi chiedendo aiuto all’amico Marco Gibertini, che lo mise in contatto nel giugno 2012 con Antonio Silipo e Nicolino Sarcone. Silipo fece pressione – invano – sulla Gelmi e secondo il pm della Dda Marco Mescolini (che nella requisitoria si è soffermato a lungo su Salsi) questa sarebbe «la prova che Salsi fosse fin dall’inizio consapevole di avere a che fare con la ’ndrangheta».

L’imputato, mai sottoposto a misure cautelari, ha sempre negato.



Partendo dall’analisi delle intercettazioni, l’avvocato Bucchi ha sostenuto l’inattendibilità della Gelmi e del suo compagno: sui messaggini scambiati tra i due e Salsi, «non risulta provato che si tratti di messaggi estorsivi», tutt’al più «di disappunto». Per risolvere il problema Gibertini «aveva incaricato ben tre persone», investigatori privati, e «solo dopo il fallimento di questi tre tentativi di rintracciare la Gelmi entra in scena Silipo». Sulle telefonate intercettate, ben 1.723, il legale ha invitato il tribunale ad ascoltarle tutte: «In nessuna si parla di minacce o di ’ndrangheta».



La conclusione è che, dopo il 30 giugno (quando il recupero crediti si rivela un buco nell’acqua), «emerge con chiarezza che Salsi veniva raggirato sistematicamente. I due (Gibertini e Silipo, ndr) si accordavano in precedenza rispetto agli incontri che dovevano avere con Salsi per concordare cosa raccontare a quest’ultimo. All’evidenza, il comportamento di Salsi successivo al 30 giugno è quello di vittima di truffa, e non certamente quello di concorrente nel reato».

Secondo il legale, anche «un’obiettiva disamina della telefonata tra Gelmi e Silipo dopo il 30 giugno 2012 non potrebbe portare al reato di estorsione, ma al più al reato di minaccia». —