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Taormina attacca il prefetto De Miro «White list: un abuso escludere Iaquinta»

Arringa-fiume del difensore: «Parenti, incontri e affari mai decollati non sono prove dell’appartenenza alla consorteria»

REGGIO EMILIA

Un’arringa-fiume. L’avvocato Carlo Taormina entra in scena alle 10.30, chiudendo il suo intervento difensivo a metà pomeriggio. In prima fila, mentre parla, ha al suo fianco il legale Pasquale Muto (collabora con lui in Aemilia) e Giuseppe Iaquinta che segue con attenzione ogni passaggio dell’arringa. Più defilato l’altro imputato assistito da Taormina, cioè l’ex campione calcistico Vincenzo Iaquinta che è seduto in fondo all’aula- bunker.

E com’era prevedibile Antonella De Mi ...

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REGGIO EMILIA

Un’arringa-fiume. L’avvocato Carlo Taormina entra in scena alle 10.30, chiudendo il suo intervento difensivo a metà pomeriggio. In prima fila, mentre parla, ha al suo fianco il legale Pasquale Muto (collabora con lui in Aemilia) e Giuseppe Iaquinta che segue con attenzione ogni passaggio dell’arringa. Più defilato l’altro imputato assistito da Taormina, cioè l’ex campione calcistico Vincenzo Iaquinta che è seduto in fondo all’aula- bunker.

E com’era prevedibile Antonella De Miro viene tirata in ballo. L’ex prefetto di ferro di Reggio Emilia, che nel 2012 avviò la stagione delle interdittive antimafia, viene infatti chiamata di nuovo in causa nell’arringa. Nel mirino di Taormina finisce in particolare il provvedimento con cui, il 22 luglio del 2013, il prefetto reggiano negò alla “Iaquinta costruzioni” l’iscrizione nella white list. Un atto che – insieme a quello del 5 luglio 2013, che ritirava a Iaquinta padre il porto d’armi – ha segnato «la svolta perniciosa sia per l’attività economica sia per l’immagine pubblica» dell’imprenditore, che ha avuto «un tracollo totale».



Per il legale però, è soprattutto il provvedimento della De Miro sulla white list ad essere «realmente ed esclusivamente abusivo e di questo vorremmo che qualcuno ne rispondesse».

Taormina passa poi ai raggi x l’interdittiva, basata nello specifico sui rapporti parentali di Iaquinta con alcuni degli odierni imputati e sulla sua partecipazione a numerosi incontri con gli esponenti del sodalizio (tra cui la cena agli “Antichi sapori” e il matrimonio della figlia del boss Nicolino Grande Aracri). Aspetti che in tesi di accusa forniscono “convincente motivo del credito e della stima goduti da Iaquinta – si legge – che compare, sia pure discretamente, ma non marginalmente, in alcuni dei momenti più significativi della vita del sodalizio”. Taormina chiede però le prove del fatto che i parenti dell’imprenditore «non fossero solo parenti» e che nei pranzi e nelle cene «non si sia andati oltre il semplice livello conviviale».

È poi per il legale «vergognoso», sulla base di questi elementi, gettare ombre sulla “Iaquinta costruzioni” «società con una storia ineccepibile». Pienamente provato è invece che l’imputato, dopo aver ricevuto gli atti della prefettura, chiese alla Dda e persino alla Commissione parlamentare antimafia, che si facessero accertamenti sul suo conto. «Io – dice con forza Taormina – non ho mai visto un mafioso che si autodenuncia. La mafia è antistato, quindi o mi pento, o se mi rivolgo allo Stato vuol dire che non sono mafioso».

Sono infine passati in rassegna i numerosi affari discussi dalla cosca in cui Iaquinta è stato coinvolto come imprenditore. Il varo di un pool di imprese reggiane (vicine o contigue al sodalizio) per acquisire appalti in Calabria per un valore da 150 milioni, anche nel campo dell’eolico e del fotovoltaico, all’apertura di una sala-giochi nel centro commerciale Le vele di Parma, fino al cosiddetto affare “blindo” in cui la consulente finanziaria bolognese Roberta Tattini (giudicata nel rito abbreviato a Bologna) dice che Iaquinta si era procurato una somma di oltre 800mila dollari da cambiare con 1,4 milioni di euro provento di una rapina a un furgone blindato.



«La stessa Tattini – sottolinea però Taormina – ha ritrattato le sue dichiarazioni negando di aver mai conosciuto Iaquinta o di aver visto i soldi in un suo capannone». Quanto agli altri affari «nessuno è andato in porto e Iaquinta è uscito di scena». Insomma «è stato coinvolto in questo processo sulla base del nulla. Anche la contestazione supplettiva della Dda, sull’appartenza all’associazione mafiosa anche dopo il 2015, per Iaquinta non può essere sostenuta». —