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Il successo di Layla Yusuf scappata dalla Somalia

Laureata in chimica a Mogasdiscio, dopo un anno in Kenia nel 1993 arriva in Italia Abita a Bagnolo e ha coronato un sogno: «Porto le eccellenze italiane nel mondo» 

REGGIO EMILIA. Nel 1986 la guerra civile scoppiò in Somalia, ex-colonia italiana. Nel 1991, quando il conflitto si aggravò, Layla Yusuf abbandonò il paese con tutta la famiglia. Allora aveva 28 anni. Tre anni prima si era laureata in chimica all'università di Mogadiscio, dove aveva seguito i corsi tenuti nella nostra lingua da professori italiani. Quindi era stata assunta come assistente nello stesso ateneo. Dopo la fuga rimase un anno in Kenia insieme ad altri docenti somali. Grazie a una b ...

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REGGIO EMILIA. Nel 1986 la guerra civile scoppiò in Somalia, ex-colonia italiana. Nel 1991, quando il conflitto si aggravò, Layla Yusuf abbandonò il paese con tutta la famiglia. Allora aveva 28 anni. Tre anni prima si era laureata in chimica all'università di Mogadiscio, dove aveva seguito i corsi tenuti nella nostra lingua da professori italiani. Quindi era stata assunta come assistente nello stesso ateneo. Dopo la fuga rimase un anno in Kenia insieme ad altri docenti somali. Grazie a una borsa di studio potè poi venire in Italia. Ora risiede a Bagnolo in Piano, ha una figlia ed è divorziata.

«Per tre anni – ci racconta – ho condotto ricerche all’università di Padova nel dipartimento di chimica analitica strumentale per l'identificazione di idrocarburi polinucleari aromatici, relativi all'inquinamento da gas di scarico, tramite la cromatografia Hplc». Le sue capacità e la sua preparazione le hanno consentito una decisa crescita professionale. «Dopo aver lavorato in aziende emiliane, sia come chimica che come dirigente – prosegue Layla Yusuf – ho coronato il mio sogno di lavorare come libera professionista e far conoscere le eccellenze italiane nel mondo».

La giovane non aveva avuto difficoltà ad integrarsi, venendo da un paese che nel lungo periodo della colonizzazione e dell'amministrazione fiduciaria aveva assimilato la lingua e la cultura italiana. Tuttavia il cammino per ottenere la naturalizzazione è stato lungo: «La legislazione allora vigente – precisa – non mi ha concesso lo status di rifugiata. Ho ottenuto il permesso di soggiorno e dopo dieci anni di residenza ho potuto chiedere la cittadinanza italiana, che mi è stata accordata solo cinque anni più tardi, nel 2006». Eppure basterebbe la sua attività di consulenza al servizio delle imprese italiane in giro per il mondo per farne una degnissima portabandiera. «In questo momento – spiega Layla Yusuf – sto seguendo un progetto tutto made in Italy, che riguarda la costruzione di una città di diecimila abitanti nella regione dello Guizhou, in Cina. Sono dieci le aziende coinvolte nel progetto, dalla realizzazione urbanistica e architettonica alla filiera completa del settore agro industriale e due centri di ricerca italiani. I capitali sono cinesi, ma la tecnologia è italiana. Ho coordinato quattordici progetti tra Italia e Cina nel settore delle imprese agroalimentari e delle auto elettriche, coinvolgendo ben venti imprese italiane per 110 milioni di dollari. Altri progetti sono in cantiere, non solo in Cina, ma anche in Africa. In Kenya sto curando la realizzazione di un’industria Automotive che darà lavoro a 30.000 persone. Inoltre mi sto dedicando anche alla realizzazione d’infrastrutture e industrie agroalimentari in Gambia, Guinea e in Liberia. Anche i cinesi hanno deciso di affidarsi a me e mi hanno chiesto di guidare una loro delegazione nell’Africa occidentale per incontrare le istituzioni di quei Paesi. Però non potrei ristabilirmi in Somalia, dove si è imposto il fondamentalismo islamico e le donne devono andare completamente velate, mentre noi avevamo i capelli al vento».