Dal caporalato alla ’ndrangheta

Nel processo Aemilia emergono storie di muratori “venduti” e spediti come merce nei cantieri per quattro soldi

Dentro le storie di Aemilia ci sono persone vere, con nome e cognome. Ci sono vittime che hanno subito intimidazioni, minacce e violenze firmate dalla ’ndrangheta. I lavoratori sono il fronte più esposto, soprattutto nel mercato dell’edilizia che non brilla per chiarezza e certezza del diritto. Un comparto nel quale in archi temporali ristretti si consuma il rapporto ed è più facile imporre, a chi ha bisogno di lavorare, le regole che non stanno sui contratti collettivi ma nella testa di chi ha l’unico obbiettivo del massimo profitto.

Un modo per raccontare l’infiltrazione della ’ndrangheta in Emilia Romagna è seguire le tracce del caporalato, dello sfruttamento, dei badili e del gesso che manovali capaci venuti dal sud sapevano usare nelle costruzioni meglio di chiunque altro, senza per questo ricevere in cambio paghe e diritti superiori agli altri. È una storia che inizia negli anni Sessanta, che unisce la migrazione dettata dal bisogno a quella delle scorciatoie illecite scelte dalla criminalità organizzata, come ricorda il collaboratore di giustizia Antonio Valerio: «Nel 1967 partirono i primi e assieme alla manovalanza arrivava il caporalato sia sul lavoro sia nel dormire. Perché prendevano un appartamento e ci mettevano dentro venti, trenta persone. Come fanno con i neri adesso: era uguale». Dieci anni dopo è lo stesso Valerio a seguire quel fiume che sfocia a Reggio Emilia: «Vivevo in un monolocale con quattro letti e un cesso», assieme agli altri intonacatori venuti da Cutro a coprire un bisogno crescente di manodopera specializzata. Altri dieci anni e la migrazione dal sud diventa un mare di gente, «come le flotte dei barconi che arrivano a Lampedusa». Persone in balìa dello sfruttamento perché al Nord «gli tiravano il sangue, glielo risucchiavano con la siringa. Chi gestiva il caporalato prendeva 20mila lire all’ora e a chi lavorava gliene dava solo 10mila. Guadagnava più lui del muratore».


La ’ndrangheta ci ha sguazzato su questa filosofia vendendo uomini a ore sui cantieri e negli appalti del mercato emiliano romagnolo. Offerti come merce a basso costo e acquistati senza alcuno scrupolo da una imprenditoria locale più attenta agli utili che alle regole. Secondo Valerio, i fratelli Palmo e Pino Vertinelli, oggi imputati del 416 bis, già nel 1986 ammassavano «30, 50, fino a 80 persone in un furgone» per portarli sui cantieri, e semmai arrivava l’Ispettorato del Lavoro per i controlli c’era già chi aveva pagato perché quelli «chiudessero non solo un occhio ma tre; non solo quelli davanti ma pure uno dietro se ce l’avevano».

Quando in Emilia si aprono le commesse del post terremoto sono passati altri 25 anni ma la filosofia non cambia. Le sentenze del rito abbreviato di Aemilia documentano i reati di intermediazione di manodopera e di sfruttamento del lavoro per i quali sono stati condannati Giuseppe Giglio e Giuseppe Richichi (entrambi ritenuti appartenenti alla cosca), assieme al dirigente del Comune di Finale Emilia Giulio Gerini. Mentre la famiglia emiliana dell’imprenditore Augusto Bianchini (stimata dalla politica e dagli amministratori locali) è a processo per gli stessi reati nel rito ordinario.

E non va meglio a Parma, a Piacenza o in Liguria, perché sempre gli uomini della famiglia Grande Aracri prestano manodopera a basso costo a grosse imprese di costruzioni dove i muratori «vengono assunti per tre giorni la settimana e poi licenziati. E poi riassunti. Obbligati però a lavorare sette giorni, anche la domenica. Pagati a metro e con il fuori busta. Senza misure di sicurezza. Con l’obbligo di restituire i soldi della Cassa Edile e del Tfr». Parola di Salvatore Muto, braccio destro del capo cosca Francesco Lamanna, oggi collaboratore di giustizia.

In troppi cantieri, ci racconta Aemilia, «il lavoratore non può parlare perché teme ritorsioni». In troppe realtà il confronto tra operai e impresa viene falsato dal ricatto verso le persone e dai lucchetti ai cancelli per tenere fuori il sindacato, come ha raccontato nella sua deposizione il segretario regionale della Cgil Luigi Giove: «Se accadono queste cose non c’è libertà, non c’è democrazia, non si riesce a esercitare la rappresentanza».

Il 12 agosto 2012 siamo al paradosso: Michele Bolognino, imputato come uno dei capi emiliani della cosca Grande Aracri, chiede all’imprenditore Augusto Bianchini, a cui presta muratori e carpentieri nei cantieri della ricostruzione (dove verranno poi ritrovate tonnellate di cemento amianto), di concedere un po’ di riposo agli operai. Ma Bianchini risponde di no e gliene chiede una decina per il giorno dopo alla scuola di Mirandola, dove è previsto un controllo delle autorità. Bolognino impartisce gli ordini al suo uomo Antonio Scozzafava: «Domattina mi servono tutti là alle scuole. Sospendi il cimitero. Mi servono tutti là, con i giubbotti tutti belli puliti, eh!!». Coi giubbotti puliti, per fare bella figura. Di bello ci sarebbe che questi operai senza nome e senza diritti, spostati come oggetti di poco conto, potessero essere tutti parte civile al processo. Uno solo di loro ha avuto il coraggio di farlo, Antonio Balzano: nell’aprile 2017 ha deposto in aula dicendo: «Tengo famiglia, ho dei figli, ho paura». I giudici hanno deciso che quelle parole potevano bastare come prova di illecite pressioni.

I lavoratori e il lavoro, espressione della nostra comunità e del suo grado di civiltà, non possono essere lasciati soli in balìa delle minacce della ’ndrangheta e delle porcherie del mercato. Perché da soli si soccombe o si diventa eroi dopo che ti ammazzano. L’unico modo è che la parte civile riconosciuta contro i responsabili del capo uno di imputazione, l’associazione di stampo mafioso, sia il sindacato.

Buon Primo Maggio a tutti.

Autore del forum

“l’Emilia oltre Aemilia”

per la Cgil di Reggio