Fantuzzi, ex patron delle Reggiane, contro il vicesindaco: «Merito rispetto»

Il commendator Luciano Fantuzzi al vicesindaco Sassi: «Rivalse sulla proprietà? Sono pronto a donare tutto a patto che si creino posti di lavoro»

REGGIO EMILIA. «Quindici anni fa ho donato il capannone dove ora c’è il Tecnopolo, due anni fa ho donato altri tre capannoni alla Stu e un mese fa ne ho donato un altro ancora. In totale ho donato cinque capannoni e sono disposto a donarne altri. Ma a una condizione: che si creino posti di lavoro. Non ho mai sentito però dalla città di Reggio nè una parola di ringraziamento, né di riconoscimento nei miei confronti».

Non sono affatto andate giù al commendator Luciano Fantuzzi, ex patron delle Reggiane, le parole del vicesindaco, Matteo Sassi, che di fronte ai costi sostenuti dal Comune per avviare il piano di bonifica dei capannoni, predisposto durante una riunione del Comitato di ordine e sicurezza in Prefettura, non ha esitato a chiamare in ballo anche le responsabilità della proprietà privata dell’area.

«Per ragioni di sicurezza – spiegava Sassi – il Comune interverrà anche nella proprietà ancora privata. I costi che sosterremo con la Stu Reggiane verranno direttamente o indirettamente, ovvero tramite future opzioni di acquisto, imputati alle proprietà. Il Comune anticipa risorse per ragioni di urgenza, ma ne rientrerà subito dopo».

Parole suonate come un segno di ingratitudine all’ex patron Fantuzzi, per 14 anni alla guida di quella che è stata una vera holding internazionale: una scintillante fase di ascesa seguita poi da un rapido declino, concluso nel 2008 con la vendita delle storiche ex Officine agli americani della Terex, dando il via alla delocalizzazione delle attività e al degrado in cui versano tuttora i capannoni.

«Ho sempre dichiarato ai vari amministratori cittadini che posso donare loro anche tutti i capannoni, ma a patto che si creino posti di lavoro – aggiunge Fantuzzi – Di conseguenza preferirei che il vicesindaco, piuttosto che parlare di espropri e rivalse economiche, si concentri sul mettere a posto e sistemare dal punto di vista della sicurezza aree per gran parte già della Stu. Credo di meritare rispetto».

Un’area di circa 250.000 metri quadri, in parte ostaggio anche delle banche. È questa la superficie complessiva dell’intero stabilimento su cui dovrà avvenire la bonifica. Circa 100 mila metri quadri, invece, è la superficie coperta, composta da una quindicina di capannoni:

«Le mie donazioni corrispondono a circa 40mila metri quadrati di superficie coperta, ne restano altri 60 mila – spiega ancora Fantuzzi – Ho donato anche l’archivio. Non pretendo di essere venerato. Ma ho dato lavoro a quattromila dipendenti, avevo sette stabilimenti e fatturavo in lire il corrispettivo di quello che oggi sarebbe un miliardo di euro, con un’attività che si estendeva soprattutto all’estero. Spiace pensare che a Reggio queste cose non si sappiano».

Ma cosa prova l’ex patron davanti al degrado in cui si trova il suo ex gioiello?

«C’è stata un’invasione. Circa sei o sette anni fa, io stesso ho trovato alcuni ladri che mi hanno tagliato tutti gli infissi in alluminio dell’ufficio. Chiamai i carabinieri, sono scattati i riconoscimenti e il sequestro delle cesoie. Ma cosa si può fare? A me piange il cuore nel vedere l’attuale situazione delle Reggiane: ma quello che mi fa piangere il cuore è soprattutto il fatto che avevo un impero.

Gli americani hanno distrutto tutto e nessuno ha mai alzato il dito. È vero, hanno liquidato e pagato le persone, ma l’attività è stata portata via, in Germania e in Francia. E non ho mai visto fare un’ora di sciopero, roba incomprensibile».

Quanto alle cause del declino, «il problema è che dietro le spalle mi sono trovato senza nessuno». Fatali, nella ricostruzione del commendatore, sono state alcune scelte del genero, nominato amministratore delegato: «Non avevo nessuno alle spalle – ripete Fantuzzi – e allora ho dovuto vendere. Una volta venduto, gli americani hanno distrutto tutto. Sulle Reggiane ora io non guadagno niente.

E lo ribadisco: dono tutto a patto che si creino posti di lavoro. Vorrei che si ricordasse che ho sempre cercato di favorire i miei dipendenti, i collaboratori, gli operai. Io ho sempre lavorato per la mia azienda, creando un impero partendo da un operaio e un apprendista. La mia vera soddisfazione è quella di dare lavoro. È per questo che donerò tutto ciò che vogliono, purché ci si impegni a creare occupazione».